STATO-REGIONI

Una minore conflittualità che fa ben sperare

di Francesco Clementi

(Ansa)

2' di lettura

Da quando il giudice delle leggi si è presentato anche, se non soprattutto, come l’arbitro dei conflitti tra lo Stato e le Regioni, la misurazione dell’andamento di quei conflitti - tra il numero dei ricorsi presentati, i soggetti proponenti, l’esito dei contenziosi, anche dal punto di vista qualitativo, a causa, innanzitutto, delle materie di legislazione concorrente - è divenuto decisivo per valutare lo stato di conflittualità normativa del Paese dal lato della forma di Stato.

In tal senso, il fatto che emerga una riduzione del contenzioso a livelli inferiori a quelli di dieci anni fa è positivo. E fa ben sperare, soprattutto in un Paese litigioso, talvolta, in modo effimero.

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Tale risultato potrebbe essere conseguenza di almeno tre fattori, al momento non distinguibili. Potrebbe esservi stato, innanzitutto, un definitivo consolidamento della giurisprudenza costituzionale in tema di riparto di competenze tra Stato e Regioni, le cui sentenze, evidentemente, materia per materia, settore per settore, hanno pavimentato, per così dire, un acquis di certezze giurisprudenziali, difficilmente disconoscibile dai protagonisti del contenzioso.

Da un’altra prospettiva, ciò potrebbe derivare, invece, dal consolidamento di un adattamento delle Regioni a una dinamica nei fatti progressivamente, a torto o a ragione, per lo più, in favore dello Stato.

Potrebbe, poi, esservi stata una valutazione di opportunità da parte di entrambi i protagonisti, nel ridurre, in modo bilanciato, i termini del conflitto. L’esperienza del Governo Renzi (e poi almeno l’inizio di quella del Governo Gentiloni) potrebbe aver avuto l’interesse al pieno coinvolgimento delle Regioni in una dinamica di dialogo politico-istituzionale, in primis per ottenere un sostegno politico per il referendum (considerato, peraltro, che le Regioni erano, per lo più, politicamente conformi alla maggioranza del Governo Renzi). In tal senso, far conflitto laddove fosse stato possibile evitarlo, sarebbe stato un segnale, da ambo le parti, comunque contraddittorio.

Infine, potrebbe esservi stato un “effetto referendum”: i potenziali litiganti potrebbero aver colto l’opportunità di un ridisegno importante dell’assetto delle competenze che la riforma bocciata prevedeva, per presentare solo i ricorsi strettamente necessari, riducendo dunque al minimo l’incertezza nel potenziale esito, non avendo ben chiaro il quadro ordinamentale di riferimento. Così, tra il già e il non ancora, non procedere con un ricorso poteva essere comunque saggio, sia rispetto alla prospettiva di cambiamento sia rispetto a quella del mantenimento dello status quo.

Per verificare tutto ciò occorrerà, comunque, attendere la fine dell’anno e anche il prossimo. Non da ultimo, per capire davvero se la bocciatura referendaria sia stata - anche in questo ambito - un freno (o un acceleratore) a mali strutturali e a cattive abitudini.

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