a milano

Una mostra per vedere la moda con occhi diversi tra conoscenza e sostenibilità

Al Fashion Hub al Museo della Scienza e della tecnologia Leonardo Da Vinci di Milano si apre la mostra fotografica di Elisabetta Lattanzio Illy sui Kalash, una popolazione isolata in mezzo alle montagne del nord del Pakistan

di Nicoletta Polla Mattiot


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2' di lettura

«Salire a tremila metri, oltre il nulla, dove senti solo il battito d'ali delle aquile: la moda è anche questo». A dirlo è Elisabetta Lattanzio Illy, di cui inaugura domani, giovedì 19 settembre, presso il Fashion Hub al Museo della Scienza e della tecnologia Leonardo Da Vinci, la mostra fotografica sui Kalash, una popolazione isolata in mezzo alle montagne del nord del Pakistan, quasi al confine con l'Afghanistan, enclave animista in territorio musulmano, con un'antica e ricca tradizione tessile.

«Si dice che siano discendenti di Alessandro Magno. Da qui passa la più alta carovaniera al mondo, siamo sulla Via della seta. Oggi sono poco più di tremila persone, sopravvissute alle varie invasioni della storia proprio grazie al loro isolamento».

Il progetto nasce da una collaborazione a tre: Unido, l'agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di sviluppo industriale, Camera Nazionale della Moda e Picture of change, l'agenzia della giornalista e reporter che, con entrambi gli interlocutori, lavora da tempo.

«Come fotografa, giro il mondo da più di vent'anni, ho visto 35 Paesi, andando a toccare con mano e vedere personalmente quello che accade. Mi piace documentare il bello che il nostro pianeta ci riserva e produce. Mi sono occupata di legname, di alimentare, di tessile, portando con me ogni volta diversi partner. Il filo conduttore è sempre la conoscenza e il rispetto dei Paesi e delle popolazioni da cui importiamo materie prime. L'intento non è charity, ma di sviluppo».

Il che significa non raccogliere fondi per donazioni, ma lavorare sugli investimenti. «Lo sviluppo a cui penso rientra in una strategia win win, per gli imprenditori che vanno a investire in questi luoghi e per le comunità locali che devono essere messe in grado di promuovere i loro prodotti e di autosostenersi. Fra i Kalash Elisabetta è tornata due volte, in due missioni successive.

    «Grazie alle Nazioni Unite, con cui lavoro da tempo, perché ci sono storie che vanno raccontate. E grazie alla Camera della Moda con cui – per usare le parole di Carlo Capasa – c'è stata una specie di reciproca attrazione. Il punto d'incontro è stato il tema della sostenibilità. Essendo le filiere del settore tessile molto delocalizzate – pensiamo solo alla produzione di lana e cotone - l'interesse è proprio di far vedere e far sapere che cosa accade in Paesi lontani dal nostro e quanto un miglioramento della sostenibilità abbia ricadute sulla qualità economica, sociale e ambientale».

    D'altronde, internazionalizzazione e sostenibilità sono le due parole chiave di questa fashion week. «La moda ha un potere comunicativo e d'impatto enormi. Il fatto che abbia deciso di usare questi canali potenti per trasmettere anche altro, e cioè che il climate change va gestito alla “sorgente”, mi sembra estremamente importante. Si dice che non c'è luogo senza conoscenza. Ecco, io sono convinta che oggi abbiamo tutti i mezzi per conoscere anche i posti più remoti e sperduti della terra, e per condividere conoscenza. Non si può più dire di non sapere».

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