VIAGGI D'ARTE

Una narrazione matrilineare: il collezionismo secondo Grażyna Kulczyk

Mette al centro il ruolo e la valorizzazione delle donne. E non sopravvaluta gli effetti della pandemia perché sa che dalle difficoltà la cultura riemerge più audace.

di Patrizia Sandretto Re Rebaudengo

“I Will Be Seven When We Meet In Heaven” (2016), Kris Lemsalu, parte della mostra “Up to and Including Limits: After Carolee Schneemann”, al Muzeum Susch fino al 28 giugno 2020.

3' di lettura

Imprenditrice, mecenate d'arte e collezionista, Grażyna Kulczyk è una convinta sostenitrice del ruolo delle donne ed è una delle loro voci forti in Polonia, dove è nata. Laureata in giurisprudenza, sostiene una visione imprenditoriale associata all'impegno nella promozione della cultura, concretizzato con la Old Brewery (Stary Browar), la Art Stations Foundation , a Poznań, e oggi con il Muzeum Susch , nelle Alpi Svizzere. Fa parte dei board della Tate di Londra, del Museum of Modern Art di Varsavia e del Modern Women's Fund Committee del MoMA di New York. La sua attività, mi spiega, è guidata da «un approccio matrilineare all'arte e alla scienza».

Grażyna Kulczyk

QUAL È STATA LA SUA PRIMA ACQUISIZIONE? E L'ULTIMA? Ricordo bene la mia prima acquisizione, in un'asta di Sotheby's, di un meraviglioso Antoni Tàpies, negli anni seguiti alla grande trasformazione politica ed economica della Polonia. Due settimane fa ho acquistato un grande lavoro di Kara Walker e una scultura di Kiki Smith.

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Una vista della mostra “Evelyne Axell: Body Double”.

QUANDO E COME HA INIZIATO A COLLEZIONARE? Ho iniziato a costruire la collezione negli anni Settanta, durante i miei studi in giurisprudenza, acquistando poster: la Polonia era famosa per lo stile unico della sua produzione grafica. Tenevo lezioni nei centri comunitari. Queste lezioni mi hanno portato alla comprensione che collezionare deve andare di pari passo con la condivisione con il pubblico.

“Le Mur du Son” (1966) di Evelyne Axell.

COME SI INIZIA UNA COLLEZIONE E COME PUÒ ESSERE SVILUPPATA? Ho iniziato a immaginarmi collezionista solo a un certo punto della mia vita. Prima sceglievo le opere d'arte istintivamente, seguendo il mio cuore e raccogliendo lavori di artisti importanti senza un programma stabilito. Creare una collezione significa costruire una matrice di significati abbastanza forte da collegare anche territori lontani.

“Ice Cream II” (1967).

CHE RAPPORTO HA CON GLI ARTISTI EMERGENTI E COSA PENSA DELLE RISCOPERTE E DELLE RILETTURE? Da quando ho intrapreso la missione di rafforzare le narrazioni matrilineari della storia dell'arte, non ho coltivato l'istinto della cacciatrice di giovani talenti (questo non vuol dire che non lavori con loro). Il mio cuore batte più forte quando riesco ad attraversare il corpus di lavori di un'artista donna mal interpretata o trascurata.

“Portrait Fragmenté” (1965) di Evelyne Axell.

QUALI SONO I CRITERI PER VALUTARE UN'OPERA D'ARTE? Francamente non riesco a capire tutti i fattori che trasformano l'opera d'arte in uno strumento finanziario alternativo. Consulto gli indici e i prezzi d'asta come fanno molti altri collezionisti, ma per me l'arte ha ancora soprattutto un valore emotivo intrinseco, esito dell'idea, dell'atteggiamento dell'artista, del suo contributo alla cultura.

COME SCEGLIE LE SUE OPERE? Dopo tutti questi anni nel mondo dell'arte, ho diversi modi per individuare gli artisti e le opere. Il mio background imprenditoriale mi ha insegnato ad ascoltare, a comprendere e analizzare le opinioni dei professionisti, ma anche a prendere le mie decisioni da sola, indipendentemente dalle conseguenze.

Un interno del Muzeum Susch, in Svizzera.

PUÒ PARLARCI DELLA ART STATIONS FOUNDATION E DEL MUZEUM SUSCH? Vent'anni fa ho fondato a Poznań la Art Stations Foundation, un laboratorio di approcci sperimentali all'arte contemporanea e alla ricerca. Il Muzeum Susch ha inaugurato nel gennaio 2019 a Susch, un villaggio sperduto nelle Alpi svizzere, sull'antica via dei pellegrini per Santiago de Compostela: ha sede in uno straordinario complesso restaurato, che sorge sul sito di un ex monastero del XII secolo e di un birrificio del XIX secolo. Comprende oltre 1.500 metri quadri di spazi espositivi, che ospitano opere permanenti site-specific e un programma di mostre temporanee. Il museo sostiene la ricerca sulle questioni di genere nell'arte e nella scienza attraverso l'Istituto Susch, promuove il Disputaziuns Susch, un simposio discorsivo annuale e Acziun Susch, l'estensione di un programma performativo che si è svolto in Polonia per quasi vent'anni, con l'obiettivo di divulgare e promuovere la coreografia contemporanea. Queste attività sono interconnesse grazie a Temporars Susch, una residenza per artisti, curatori, coreografi, scrittori e ricercatori.

COME PENSA CHE L'EMERGENZA COVID-19 CAMBIERÀ IL MONDO DELL'ARTE? Il Covid-19 ha avuto un impatto pesante sul mondo dell'arte, ma non sopravvaluterei gli effetti a lungo termine. Ho vissuto in un Paese devastato dalla guerra, annesso al blocco comunista, e sono stata testimone di come la cultura sia riuscita a sopravvivere e, forse proprio a causa del dolore e degli ostacoli, a emergere a volte anche più forte e audace.

QUALCHE CONSIGLIO PER UNA VACANZA A SUSCH Susch è un villaggio minuscolo, situato al centro della pittoresca valle dell'Engadina, un territorio che spero immagini il suo futuro dna fondato sulla cultura. Da Tarasp a Sils, gli oltre 80 chilometri di panorami alpini e il ricco background storico sono oggi arricchiti da numerosi luoghi culturali: gallerie, studi di artisti, musei. Per questo motivo consiglio una visita della zona anche al di fuori della stagione invernale, chic e normalmente piena di turisti in questa parte d'Europa.

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