L’EMERGENZA CORONAVIRUS

Una nuova agenda per l’Europa

La costruzione di una Europa federale non è una scelta, è una necessità per recuperare “sovranità” e partecipare al governo della globalizzazione

di Mario Baldassarri

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(EPA)

La costruzione di una Europa federale non è una scelta, è una necessità per recuperare “sovranità” e partecipare al governo della globalizzazione


3' di lettura


Contro un nemico temibile e subdolo come il coronavirus l’Europa ancora non c’è. I Paesi membri agiscono in ordine sparso, con decreti diversi, con misure diverse e tempistiche diverse. L’unica ad aver dato un segnale forte è la signora Merkel che ha messo in campo per la Germania risorse per 550 miliardi. Certo, la Germania se lo può permettere, dal momento che è in avanzo di bilancio e dunque se non lo fa ora quando lo fa? Però questa è la risposta di una nazione e non di un’Unione.

E allora la risposta “europea” dove sta?

L’ultimo vertice di Bruxelles è fallito e ancora oggi non abbiamo un bilancio ordinario approvato che peraltro vale una miseria, l’1% del Pil dell’Unione. L’Eurogruppo di giovedì scorso si è spaccato ed ha rinviato ogni decisione.

Sul fronte della politica monetaria, dopo lo scivolone di Cristine Lagarde, fortunatamente si è varato un nuovo QE per 750 miliardi di euro. Questo dovrebbe assicurare liquidità sperando che serva per sostenere i debiti pubblici ma non sapendo bene quanto e quando questa liquidità potrà arrivare alle imprese ed alle famiglie.

Sta di fatto comunque che la politica monetaria ha quasi esaurito il suo ruolo ed ha pochissimo potere di azione.

Ma a parte la crisi sanitaria, il problema vero è la crisi economica.

La recessione dell’economia reale che si profila appare molto profonda (-10% di Pil nel primo semestre 2020?) e molto lunga (recupero della crisi non prima di quattro-cinque anni?).

Certamente la sospensione del Patto di Stabilità e del Fiscal Compact potrà dare qualche bombola di ossigeno, soprattutto ai Paesi più in difficoltà come l’Italia. Ma questo maggiore debito consentito resta nazionale ed i singoli Paesi dovranno in futuro farvi fronte da soli. Per di più, questo non significa licenza di spendere, di fare deficit e di accumulare debito pubblico senza limiti. Ci sono pur sempre i mercati finanziari che, al netto degli acquisti della BCE, dovranno comunque dimostrarsi disponibili a rinnovare i titoli in scadenza ed a comprare i nuovi titoli a copertura dei nuovi deficit.

Ecco allora che la crisi scatenata dal coronavirus deve essere una occasione per decidere con urgenza una nuova “Agenda per l’Europa”, una fase ri-costituente fatta di tre colonne portanti: le modifiche del Trattato di Maastricht, le modifiche allo Statuto della BCE ed un bilancio europeo “federale” ed “aggiuntivo” rispetto a quello ordinario (non ancora approvato) che sia almeno tra il 2% ed il 3% del Pil. Insomma 300-450 miliardi, da finanziare attraverso eurobond, ovvero debito europeo e coperto in prospettiva da risorse proprie con tassazione federale. Oggi molti propongono giustamente l’emissione di eurobond. Non si dice però con chiarezza quale soggetto-istituzione li debba emettere ed a quale bilancio vadano ascritti.

Dobbiamo subito costruire “questa” Europa e se non ora quando?

Sappiamo da oltre venti anni che su almeno cinque grandi temi (difesa, sicurezza e immigrazione, politica estera, grandi infrastrutture, nuove tecnologie, ricerca e alta formazione di capitale umano) i singoli Stati europei hanno perso per sempre la loro sovranità nazionale. Questa sovranità decisionale possiamo riprendercela solo a livello di federazione europea.

La costruzione di una Europa federale non è quindi una scelta, è una necessità se si vuole recuperare “sovranità” interna e partecipare al governo della globalizzazione con le altre grandi aree economiche e politiche del mondo.

Per questo è urgente dare alla BCE ed al Trattato di Maastricht “due occhi” ciascuno: due ciechi di un occhio non fanno infatti una persona sana.
1.- Lo Statuto della BCE deve tenere conto, insieme al controllo dell’inflazione, anche l’andamento della crescita economica ed attribuire alla Banca Centrale il ruolo di prestatore di ultima istanza.
2.- Maastricht deve diventare “più rigoroso e meno stupido”. Occorre cioè che il 3% di deficit sia destinato solo ad investimenti. Si tratta cioè di introdurre l’obiettivo dell’Avanzo di Parte Corrente (che si chiama risparmio pubblico) e per ogni 1% di avanzo corrente (autofinanziamento) consentire 2-3% in più di investimenti pubblici. Una golden rule più rigorosa di quella proposta 60 anni fa da Robert Solow. Si tratta cioè di fare nel bilancio pubblico ciò che fanno da sempre le famiglie quando comprano una casa, anticipando un 30% e facendo un mutuo per il 70%, oppure le imprese quando usano i loro profitti per finanziare almeno il 30-40% dei loro investimenti, trovando il resto a prestito sul mercato. Sapendo entrambi che nessuna banca concederebbe un mutuo alla famiglia per andare in vacanza o all’impresa per pagare stipendi.
Tutto questo implica un patto istituzionale sul ruolo del Parlamento, della Commissione, su chi li vota, su chi viene eletto, ecc..

È utopia oggi? Forse, ma l’alternativa è l’immobilità dell’Europa intergovernativa ed il suo certo e rapido dissolvimento.

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