SOSTENIBILITà E CRESCITA

Una nuova cultura del turismo per le città d’arte

di Anna Coliva


3' di lettura

Un’Italia desolata in cui «pochi abitanti vagano per le strade deserte di antiche città». Lo scenario descritto da Lucano al tempo di Nerone e da poco rievocato da Giulio Meotti sul «Foglio» è la migliore immagine del nostro presente. Piazze e monumenti vuoti. Le folle incontrollate che rendevano invivibili i più celebri luoghi italiani sono scomparse, lasciandoci annichiliti. L’inefficacia nel governare i contrapposti interessi tra uso turistico e uso funzionale della città e i conflitti con i residenti ha lasciato devastate le cosiddette “città d’arte”, i “centri storici” secondo i lessici da pro loco adottati dal culturame retorico, che escludono dall’organismo urbano quanto non è confinato nella sua antichità turistizzabile. La definizione esatta di queste città è invece data dagli studi avanzati di sociologia del turismo: “parchi tematici”, non-luoghi, privi di vita autonoma, di connotazione o carattere urbano se non quello derivato dall’eccezionalità dei monumenti. Premessa per un consumo e uno sfruttamento parassitario della storia che rende i beni culturali oggetti, feticci isolati dalla vitalità del metabolismo civico. Alla fine estraniati dalla cultura e dalla sua inesauribile, irresistibile contemporaneità.

La quantità di beni culturali di per sé non produce cultura, esattamente come la quantità di risorse naturali non produce di per sé ricchezza e sviluppo, e i “petrostati” sono lì a dimostrarlo. Per produrre ricchezza culturale è inevitabile mettere i beni al centro della ricerca avanzata per renderli attuali e vitali, in grado di attirare energie espansive; porre arte e cultura a perno della strategia di crescita riesce ad attrarre investimenti e non solo i sussidi in perdita che l’hanno resa residuale. Se non si produrrà profitto in termini di pensiero, ricerca, innovazione e quindi di ricchezza la rendita di quel patrimonio residuo verrà erosa.

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Pur muovendo molto denaro e dando alti profitti, il turismo è un’attività ma non un’industria come sarebbe salutare per la crescita di cultura ed economia: le città d’arte ridotte a malinconici luna park abbandonati lo dimostrano.

L’inconsapevolezza del decisore politico, dell’arbitro e dell’amministratore pubblico e l’impreparazione, hanno creato carenze e vuoti riempiti da minuti e disordinati interessi. Ristabilire il primato della cultura anche sul patrimonio artistico guiderebbe il turismo a modi di sviluppo diversi dallo sfruttamento, a soluzioni strutturalmente innovative nella peculiarità di adesione ai luoghi monumentali; sarebbe l’evoluzione per cui conservazione e sviluppo non debbano più essere due entità antagoniste. La possibilità di una ripresa richiede di fondare la cultura del turismo su solide basi di analisi e ricerca come è altrove, su studi altamente specialistici da scienza quale è, non attività da pro loco per l’hotellerie. Solo una disciplina con basi analitiche di scienza può essere in grado di comprendere perché, date le medesime condizioni mondiali di caduta del turismo, l’Italia presenti i caratteri di una catastrofe incomparabile con le maggiori capitali europee che detengono il primato mondiale dell’industria e dell’economia del turismo e dove il blocco dei grandi flussi ha ridotto, ma non ha spento la vita.

La ragione è che quelle sono città che vivono della propria attualità e personalità viva, che offrono soprattutto se stesse e la realtà multiforme della loro vita sociale e di un’alta offerta culturale, dove sono percepiti come attrattivi i monumenti ma anche lo stile della vita quotidiana. La reazione dev’essere energica partendo dalla capitale, dando voce all’urbanistica che in Italia è una scienza esclusivamente teorica, tralasciata dalla classe politica al pari della scienza del turismo. Una politica culturale adagiata nella monocultura del turismo di sfruttamento ha prima espulso dalle città i suoi abitanti poi qualunque attività produttiva non parassitaria, a volte para-legale, abolendo tutte le altre funzioni e provocando l’attuale devastazione urbanistica e sociale: che sono cose coincidenti. Senza neppure il vantaggio del plauso da chi ha speculato su basso commercio e zero imprenditoria e che ora piange sul latte versato ma impedisce ogni riforma. Va invece stabilito un patto di riconoscimento leale delle legittimità dei diversi interessi da parte di un arbitro pubblico che non divenga giocatore, non entri in una delle squadre e non usi slealmente il potere normativo che detiene, favorendo per esempio interessi minuti e di parte con orientamenti sentimental-populisti.

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