Scuola e imprese

Una nuova grammatica della formazione tra studio e pratica

di Daniele Marini

(Coloures-Pic - stock.adobe.com)

4' di lettura

Assistiamo, complice la ripresa economica, a un crescente divario fra domanda e offerta di lavoro. Imprese che necessitano di manodopera specializzata per le nuove mansioni create dalle innovazioni tecnologiche, ma anche per quelle legate ai lavori più tradizionali. Tale fenomeno è generato anche dalle tecnologie digitali la cui velocità di cambiamento brucia rapidamente le conoscenze tecniche acquisite, rendendo obsoleti profili professionali e competenze acquisite. Di più, esse generano schemi cognitivi nuovi, molto diversi dai precedenti, mutando radicalmente non solo il modo di operare, ma anche quello di apprendere.

Se in precedenza l’istruzione avveniva in modo progressivo e lineare (lo sfoglio dei libri, dei giornali, lo scrivere…), oggi imparare con i nuovi strumenti digitali significa “navigare”, spostarsi da un punto all’altro di uno schermo: come in internet grazie ai link che consentono di muovere da un contenuto a un altro. O attraverso il “tocco” del video di tablet o smartphone. Quindi, non più in modo progressivo e lineare, ma reticolare. Ciò modifica radicalmente le modalità di apprendimento. Così assistiamo a un fenomeno irreversibile che allarga la forbice fra le richieste di figure professionali sempre più preparate e articolate, da un lato. E, dall’altro, un’attività formativa/didattica che esige tempo per svolgersi e fare acquisire le conoscenze/abilità/competenze necessarie. Quindi, la forbice velocità (della domanda delle imprese) vs tempo lungo (educativo) si amplia in misura crescente, e lo sarà sempre di più in futuro.

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Analogo profondo mutamento avviene nella operatività del lavoro. Se in precedenza fordismo e taylorismo avevano parcellizzato e frammentato il sapere e le mansioni, con l’obiettivo di dare maggiore conoscenza specifica e funzionalità pratica, le nuove tecnologie digitali offrono l’opportunità di una ricomposizione delle conoscenze e delle professioni. Non è, sia chiaro, un “ritorno” al mestiere artigiano, dove un lavoratore seguiva l’intero processo della produzione. Tuttavia, l’obiettivo è similare a quel tipo di esperienza: alla realizzazione di un lavoro – per dirla con Sennet – «fatto bene». Dove il lavoratore è reso partecipe delle diverse fasi produttive, dove viene a conoscenza delle differenti parti del modo di produrre, pur non dovendole eseguire tutte.

In questo senso, possiamo comprendere come le “competenze trasversali” (soft skill) costituiscano l’ossatura principale delle richieste del mondo del lavoro. Competenze che devono essere progressivamente modificabili sulla scorta dell’evoluzione del mercato del lavoro e delle tecnologie; che abbiano un carattere situazionale, declinabili cioè a seconda dell’ambiente di lavoro, della mansione, del territorio in cui si opera, dei diversi contesti culturali.

Non a caso gli imprenditori italiani evidenziano – come rilevato in una recente ricerca (Community Research&Analysis, per Federmeccanica – Umana) – come le competenze prioritarie per il futuro prossimo siano le abilità cognitive (85,6%), di contenuto (85,1%) e relazionali (83%). Se poi consideriamo le differenze dei pesi assegnati fra oggi e in prospettiva, le competenze di sistema e quelle cognitive assumono un’accelerazione particolare e saranno quelle su cui puntare per la formazione professionale dei lavoratori. Un’attenzione specifica andrà poi alle capacità di gestione e di sistema, ovvero il saper prendere decisioni, il fare analisi di processo e di dati, tutte percepite in ascesa significativa.

In questo senso, vanno tematizzati alcuni aspetti e dimensioni dell’apprendimento quali: il sapere cooperare con altri, il saper stare in relazione sviluppando, appunto, le dimensioni relazionali, del lavorare in gruppo; la capacità di utilizzare adeguatamente le risorse disponibili. Con una metafora, si tratta di sviluppare la capacità di giocare al meglio con le carte che si hanno a disposizione, insieme ad altri. In particolare, quest’ultima dimensione aiuta a comprendere come la formazione delle competenze sia fondamentale per aiutare a sviluppare la occupabilità delle persone. Non tanto (e non solo) la capacità di trovare un lavoro, un’occupazione, ma formare quelle risorse che rendano potenzialmente occupabile la persona in situazioni diverse e di cambiamento delle proprie condizioni lavorative. Viceversa, in declino troviamo le abilità tecniche e, in particolare, quelle fisiche. Ovvero quelle che, ancora oggi, purtroppo generalmente il sistema formativo si attarda a insegnare.

Ed è proprio questo a costituire il punto critico del nostro sistema formativo, ancora ingessato nella preparazione di profili professionali non coerenti con l’evoluzione del mercato del lavoro. Con percorsi formativi impostati didatticamente a “canne d’organo”, poco flessibili e collegati fra di loro. Disattento alle dimensioni “soft” delle competenze, che invece risultano sempre più fondamentali nella preparazione delle persone. Soprattutto con una scarsa permeabilità nei percorsi professionali: il mondo dell’Istruzione e formazione professionale (Iefp) non può connettersi con l’Istruzione tecnica e degli Its/Ifts, se non per sperimentazioni, tanto meno con l’Università. Invece, sarebbe necessario costruire una “filiera dell’istruzione tecnica” organica e interconnessa, da quella regionale a quella nazionale, tale da rendere possibili i passaggi da una tipologia di formazione a un’altra per i giovani che lo desiderino.

Così come si dovrebbe estendere e rendere sistematico a tutto il sistema formativo la possibilità di realizzare un “apprendimento in contesto lavorativo”, il cosiddetto “sistema duale” mutuato dal sistema tedesco e introdotto in Italia da Luigi Bobba nella Iefp regionale che sta offrendo esiti molto positivi (si veda la ricerca Community Research&Analysis per Fondazione per la Scuola). Un’innovazione in ambito formativo che rompe il tradizionale confine fra scuola e lavoro, fra apprendimento libresco ed esperienziale. E che costringe le stesse strutture formative e didattiche a rivisitare i propri assetti organizzativi, in partnership col sistema produttivo.

Dai profili (hard) alle competenze (soft), dunque, che oggi diventano paradossalmente quelle di base (hard). Nella prospettiva delle imprese sono queste ultime a essere diventate imprescindibili nel determinare la professionalità di un lavoratore. Per garantire occupabilità e diritto di cittadinanza alle giovani generazioni, e offrire una risposta strutturale alle necessità delle imprese, abbiamo necessità di scrivere una nuova “grammatica” della formazione.

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