ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùBussola &Timone

Una nuova politica dei redditi per evitare la spirale dei prezzi

Con l’approvazione del decreto aiuti bis, il governo esprime la sua legittima soddisfazione per gli stanziamenti decisi al fine di alleviare il peso dell’aumento del costo della vita, in particolare dell’energia, soprattutto a favore dei redditi più bassi

di Giovanni Tria

(Adobe Stock)

4' di lettura

Con l’approvazione del decreto aiuti bis, il governo esprime la sua legittima soddisfazione per gli stanziamenti decisi al fine di alleviare il peso dell’aumento del costo della vita, in particolare dell’energia, soprattutto a favore dei redditi più bassi. Da parte sindacale alcuni hanno obiettato che si tratta di una «elemosina», essendo minimo l’impatto sui salari. Forse è una normale dialettica, che tuttavia ci richiama al fatto che è necessario mettere a fuoco il problema di come reagire all’inflazione.

Vi sono motivi sia congiunturali, legati alla ripresa post-pandemica, sia strutturali, relativi all’economia globale, che non fanno ritenere probabile un rapido ritorno alla stabilità dei prezzi. E la Bce, pur con un certo ritardo, si è accorta del problema e pratica una ancor prudente restrizione monetaria, aumentando i tassi nominali di interesse, ma lasciando ampliarsi il differenziale con quelli reali, che così divengono di fatto ancor più negativi. La Bce si muove in base ad aspettative, sempre più incerte, di una riduzione dell’inflazione nei prossimi anni. Ma, per concentrarsi sull’obiettivo della stabilità dei prezzi, sarà costretta a non sostenere troppo l’economia anche se le previsioni per quelle di Cina e Stati Uniti non sono buone e si profilano tempi difficili anche per l’Europa.

Loading...

Ma l’inflazione è un problema di distribuzione del reddito, perché essa muove da un mutamento dei prezzi relativi. Le aspettative di inflazione cui si riferisce la Bce sono mutevoli, perché dipendono dalla previsione dell’impatto dei prezzi sui diversi redditi e dalla reazione delle categorie interessate. L’aumento delle quotazioni di petrolio, gas e altre materie prime, assieme ad altre strozzature di offerta, ha determinato un mutamento dei termini di scambio tra produttori e utilizzatori e un’inflazione importata che si traduce in una cessione di reddito nazionale. La trasmissione di questi aumenti dei prezzi internazionali su quelli interni mette in moto un’inflazione che sarà tanto più forte quanto più non si riuscirà a distribuirne in modo condiviso l’impatto negativo tra imprese e famiglie. L’inflazione di fondo, al netto di beni energetici e alimentari, vale circa la metà di quella complessiva, che ha superato l’8% e accelera. L’inflazione media annua acquisita per il 2022, cioè ipotizzando aumenti nulli nei prossimi mesi, supera il 6 per cento. In queste condizioni, non basta evocare il rischio della spirale prezzi-salari per evitarla.

Al contrario della deflazione che, a causa della rigidità verso il basso dei salari nominali, colpisce all’inizio maggiormente le imprese e in seguito i lavoratori, l’inflazione danneggia in primo luogo chi “non fa il prezzo”, cioè i redditi fissi e chi ha dato a prestito somme a tassi che non scontano l’inflazione. In seguito, anche le imprese che “fanno il prezzo” entreranno in crisi se il mercato non assorbirà il loro tentativo di adattarsi all’aumento dei costi. È complicato calcolare come si distribuirà l’impatto dell’inflazione tra famiglie e imprese. Per le seconde ciò dipenderà, da settore a settore, dall’impatto dei costi dell’energia e delle materie prime e dal mercato in cui operano che ne consentirà o meno il trasferimento sui prezzi finali. È difficile quindi adottare misure di sostegno generali senza correre il rischio di introdurre distorsioni del mercato.

Per le famiglie, alcuni dati quantitativi possono essere considerati. Se ci riferiamo, come redditi fissi, solo a quelli da lavoro dipendente, questi sono circa il 41% del Pil. Questi redditi sono solo una parte dei redditi fissi: ad esempio non consideriamo le pensioni. Coprire una perdita di potere d’acquisto del 5% dei redditi da lavoro dipendente significherebbe mobilitare circa 2 punti di Pil. Ma la maggior perdita di potere d’acquisto è subita in percentuale dai redditi più bassi, perché è maggiore il peso su questi redditi della spesa per beni energetici e alimentari. L’impatto dell’inflazione sui due decili più bassi di reddito sarà probabilmente più vicino al 10%, circa il doppio di quello dei decili più ricchi. Compensare anche solo questi redditi implica interventi redistributivi non indifferenti, ma forse ancora gestibili. A patto che non si tratti di una tantum, perché anche se nei prossimi anni l’inflazione si dovesse azzerare, ed è improbabile, non diventerà negativa e quindi l’effetto del mutamento dei termini di scambio sui redditi non è temporaneo e sarà difficilmente sopportabile senza tensioni sociali. Quindi, se si vuole evitare una spirale prezzi-salari, il tema deve essere affrontato in modo organico. Come quello dell’aiuto alle imprese. Sarebbe auspicabile seguire un metodo concordato, senza tentare di operare eccessivamente dal lato della calmierazione dei prezzi, a meno che si tratti di sbalzi considerati temporanei, perché i prezzi sono un segnale per gli aggiustamenti di mercato e di tecnologie al mutamento dei contesti. Meglio operare sui redditi, anche per via fiscale, per consentire di assorbire il mutamento dei termini di scambio. Ma è anche il momento di recuperare lezioni dimenticate nei decenni di assenza di inflazione. Penso a una politica dei redditi aggiustata al nuovo millennio. Per non aspettare che, per impedire la spirale prezzi-salari, sia la politica monetaria a frenare l’inflazione, portandoci in recessione. Ecco un tema serio di dibattito per le forze politiche in campagna elettorale.

Riproduzione riservata ©

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti