Interventi

Una nuova visione per l’alta formazione artistica

di Antonio Bisaccia


4' di lettura

La ricerca è un “circum” ovvero un “attorno” e il “circare” è un andare intorno, un disegnare uno spazio circoscrivendolo, un delimitare il punto di vista su una porzione di mondo, tentando l'esperienza della sintesi: ovvero della composizione, del mettere insieme, del ridurre il conflitto a risultato. Il ri-cercare è allora un rafforzativo, una volontà reiterata, una macchina che attiva un meccanismo ineludibile, un'urgenza indifferibile.
Questo sentimento di fondo è la vera risorsa per ogni ricercatore, qualunque sia la materia che indaga. La ricerca è un'esperienza narrativa non pianificabile in cui il codice viene squadernato e scucito fino a rigenerarlo nella progressione incalzante di possibilità-probabilità-necessità. All'inizio tutto è possibile, poi qualcosa diviene probabile e infine qualcos'altro diviene necessario.
Nelson Goodman, il grande filosofo di Harvard, in Vedere e costruire il mondo ha dimostrato che la ricerca scientifica serve a conoscere il mondo in modo non dissimile da quanto accade per le arti, la musica, la pittura: «Tutti processi di costruzione di mondi […] entrano a far parte della conoscenza. Comprendere e creare vanno di pari passo». È questa formula finale che dovremmo scrivere, con segno di fuoco, come tratto distintivo della ricerca, in cui ciò che conta è il metodo, non la materia che affronta. Metodo impegnato a trovare il nesso tra ogni cosa, aggiungendo – di volta in volta – un tassello mancante al sapere del mondo. Per altri ragionamenti, anche Rudolf Arnheim arriva a dire qualcosa di simile in Entropia e Arte: «Qualunque cosa la mente umana si trovi a dover comprendere, l'ordine ne è una indispensabile condizione». Dietro il guizzo funzionale dell'ordine e dietro la complessità del disordine, Arnheim raccoglie nella struttura il senso della teoria dell'informazione. E il “tema strutturale” diviene il compasso per descrivere i fenomeni, siano essi artistici o scientifici. Dal caos al cosmo, e viceversa, in un'ottica di disvelamento: fine ultimo di qualsiasi ricerca, sia essa scientifica che artistica, per aggiungere – appunto – al creato mobili cellule di conoscenza.
La “nouvelle vague” dell'Alta Formazione Artistica, Musicale e Coreutica sembra aver schiuso il suo status embrionale, ma il lavoro da affrontare per fare crescere l'onda è davvero tanto. Lo stile retrattile della politica, che ha generato oltre vent'anni di dense doglianze e deplezioni di senso nei confronti di questo settore, sembra destinato – se al prologo si aggiungerà l'epilogo, grazie all'impronta fortemente innovativa impressa dal Ministro Manfredi – a lasciare il posto alla costruzione di un'identità dell'AFAM aderente al ruolo che dovrebbe possedere ogni missione sulla formazione e sulla ricerca artistica. Formazione che, come Atlante, sorregge sulle sue grandi spalle il mondo dell'espressione e le ragioni del sentire, nell'idea che l'irruzione dell'immaginario ha necessità di costrutti linguistici, di tessiture non lineari, di nuove tecniche di approdo alla vertigine, di ritualità interrotte, di apprendistato immanente: il tutto per ridisegnare la lastra di vetro della rappresentazione, riformattando le dinamiche di scambio tra illusione e fatto, tra ipotesi e certezze, tra astrazione e realtà, tra opinione e conoscenza. È solo un problema di punti di vista. Le istituzioni pubbliche sono neutre e vengono riempite di contenuti dalle sensibilità umane. Il loro destino dipende da come queste ultime, nel quadro dell'esperienza, percorrono lo spazio d'azione di cui sono investite. «La speranza ha due bellissimi figli: lo sdegno e il coraggio. Lo sdegno per la realtà delle cose, il coraggio per cambiarle». Sant'Agostino ha glissato sulla sorella di sdegno e coraggio: la perseveranza. Essa trasforma lo sdegno – violento motore a scoppio della coscienza – in fertile diritto di critica, e il coraggio – spesso teatro di impellente inconsapevolezza – in azione concreta pregna di contagio.
Tra la radicalità estrema e il mimetismo domestico, la terza via è – parafrasando Tristan Tzara – il pensiero che si forma in bocca, ovvero la parola, in tutte le sue declinazioni rodariane: «Tutti gli usi della parola a tutti, non perché tutti siano artisti ma perché nessuno sia schiavo». E in questo destino salvifico della parola, regno del fraintendimento, conta anche la pronuncia, la drammatizzazione semantica, la sfumatura del senso, il dettaglio
indicato. Eugène Ionesco, nella Lezione, insegna all'allieva il meccanismo del vuoto e la seduzione del burlesco che si trasforma in tragedia. La parola “pronunciata” diviene, in questo crescendo dell'assurdo, la chiave per connotare il suo destino procreativo. I fatti – o le loro interpretazioni come diceva qualcuno – prendono forma solo se facciamo lo sforzo di mettere in fila una logica scultorea delle parole, nell'idea che ogni principio di realtà dev'essere inoltrato verso la sua dimensione più visibile.
Quello che abbiamo cercato di mettere in luce nelle riflessioni sul destino dell'AFAM (Accademie di Belle Arti, Conservatori, ISIA, Accademia di danza e Accademia d'arte drammatica) è soprattutto il corpo di una ritualità che ha necessità di essere rovesciata nel suo lato propositivo e positivo, con la convinzione che dire è già, in qualche modo, indicare possibili soluzioni. Anche perché l'Alta Formazione, Artistica, Musicale e Coreutica, ha una maturato l'urgenza, ormai poderosa e indifferibile, di trasformare l'equiparazione cosmetica con l'altra metà del mappamondo della formazione terziaria in un'equiparazione reale che metta in primo piano l'irrinunciabile pari dignità: solida, autentica, definita.

Estratto dal libro Burocrazzismo e arte. Cronaca di un'equiparazione cosmetica nell'Alta Formazione Artistica, Musicale e Coreutica di Antonio Bisaccia, Castelvecchi Editore.
© 2020 Lit Edizioni s.a.s. Per gentile concessione.

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Antonio Bisaccia è Presidente della Conferenza Nazionale dei Direttori delle Accademie di Belle Arti italiane e Accademia Nazionale d'Arte Drammatica.


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