iva

Una occasione di riordino da non perdere

Possibile utilizzare la revisione e gli aumenti dell’Iva per arrivare a disegnare un’imposta personale che si riveli più giusta

di Paolo Liberati


default onloading pic
(Adobe Stock)

3' di lettura

La legge di Bilancio 2020 convoglia almeno tre occasioni perse e un’occasione da non perdere. La prima occasione persa consiste nell’aver insistito con la sterilizzazione delle clausole di salvaguardia dell’Iva. È una politica tributaria di cortissimo respiro che ben si inserisce nella deficitaria visione prospettica che avvolge il dibattito sulla riforma del sistema tributario. A fronte della sterilizzazione prevista per il 2020, ci si lascia con la necessità di trovare circa 20 miliardi nel 2021 e 27 miliardi nel 2022 per un’analoga operazione di disattivazione.

La seconda occasione persa, consiste nell’aver ignorato, per un anno ancora, che l’imposta personale sul reddito (Irpef) è ormai disintegrata dall’esistenza di trattamenti tributari differenziati e dalla consistente evasione. Come noto, redditi da lavoro dipendente e pensione rappresentano circa l’80% della base imponibile. I contribuenti che dichiarano un reddito complessivo superiore a 75mila euro sono il 2,2% del totale; dal lato opposto, circa metà dei contribuenti dichiara tra 15 e 50 mila euro, e circa il 43% dichiara meno di 15 mila euro. Si tratta di famiglie che non possono certo definirsi abbienti; ma anche di evasori.

Problematiche rispetto alle quali appare marginale la predisposizione di un fondo per la riduzione del carico fiscale sui lavoratori dipendenti, che si è al momento realizzato in forma di aumento ed estensione del “bonus 80 euro” fino a 28 mila euro, e come maggiore detrazione (decrescente) per redditi da lavoro dipendente compresi tra 28mila e 40mila euro. Una contraddizione non banale, dato che il bonus 80 euro e le detrazioni per lavoro dipendente rispondono a regole di capienza diverse.

Le due occasioni perse sono collegate, dato che Irpef e Iva producono circa 3/5 dell’intero gettito tributario. A rafforzare questa convinzione ci sono alcuni dati. In Italia, il peso dell’Iva sul Pil è – nel 2018 – pari al 6,2% (penultimo posto tra i paesi europei), preceduta dai Paesi scandinavi e da Portogallo (8,9%), Francia (7,2%), Germania (7%), Regno Unito (7%), Spagna (6,6%). Inoltre, l’Iva rappresenta in Italia circa il 13,5% del gettito totale, contro il 14,5% della Francia, il 17,5% della Germania, e poco meno del 20% nel Regno Unito.

La contropartita è dal lato del prelievo sui redditi personali, che in Italia, nel 2018, pesa per il 10,8% del Pil; solo nei Paesi scandinavi e nel Belgio si va oltre. Inoltre, la differenza tra il peso delle imposte personali e quello dell’Iva, nel nostro Paese, è pari a 4,6 punti percentuali, seconda solo a quella del Belgio (se si esclude la Danimarca che impiega l’imposta personale per finanziare la sicurezza sociale). In Germania, la differenza è di 3,4 punti percentuali, in Francia di 2,3, nel Regno Unito di 2,1, e in Spagna di 1 punto percentuale. Dal lato dell’imposta personale siamo più vicini alle pratiche dei Paesi scandinavi, senza però godere di un comparabile sistema di welfare.

    Da queste considerazioni emerge l’occasione da non perdere. In primo luogo, riformare profondamente l’Irpef. Su questo fronte, sarà necessario scegliere se alcune tipologie di reddito debbano essere definitivamente escluse dall’imposta, o se invece alcune di quelle attualmente escluse possano essere recuperate. Per evitare che in futuro si replichi la corsa all’uscita dalla progressività che ha caratterizzato gli anni recenti (e anche meno recenti). Si lega, a questo aspetto, la scelta del profilo di progressività. Al riguardo, sarebbe opportuno rivedere l’intero spettro delle aliquote marginali, la struttura delle detrazioni e delle spese fiscali, senza dimenticare addizionali regionali e comunali. La forma specifica della progressività (per scaglioni o continua), di cui molto si dibatte in questo periodo, è una scelta tecnica di secondo livello, che non può che derivare (e non può prescindere) da una precisa definizione degli obiettivi del prelievo.

    In secondo luogo, aprire la possibilità di aumenti e rimodulazioni dell’Iva, chiudendo definitivamente la partita delle clausole di salvaguardia. Il maggiore gettito potrebbe essere impiegato per finanziare parte della riforma dell’Irpef, senza che ciò provochi i drammatici effetti redistributivi che in tempi recenti sono stati evocati per bloccare qualsiasi tentativo di riforma fiscale.

    Infine, ristrutturare il sistema di prelievi regionali e comunali che pure insistono in parte sull’Irpef e che trascurano una naturale fonte di finanziamento locale, costituita dall’imposta commisurata al valore dell’abitazione principale. Un’anomalia tutta italiana, che costituisce la terza occasione persa nel processo di unificazione di Imu e Tasi previsto dalla legge di bilancio 2020.

    Riproduzione riservata ©
      Per saperne di più

      loading...

      Brand connect

      Loading...

      Newsletter

      Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

      Iscriviti
      Loading...