L’Italia del dopo pandemia

Una occasione unica per modernizzare il sistema produttivo

di Paolo Gualtieri*

3' di lettura

L’economia italiana è caratterizzata da aziende con una dimensione media inferiore a quella delle imprese tedesche, britanniche, francesi e spagnole. La più piccola taglia operativa non dipende dai settori produttivi perché la si riscontra in quasi tutte le industrie. Alcuni studi collegano il forte ritardo nella diffusione dell’Ict – che data dagli anni 90 e non è stato recuperato – con la struttura industriale italiana. Le analisi mostrano che a una maggiore dimensione operativa è associata una più alta propensione all’attività di ricerca e di innovazione e un più alto livello di produttività. Inoltre, si riscontra una relazione positiva tra la dimensione e i volumi di esportazione, il numero di Paesi serviti e la presenza in aree geografiche ad alto tasso di sviluppo. Infine, risulta che le aziende più grandi sono maggiormente attraenti per i lavoratori con più elevati livelli di professionalità e presentano modalità di organizzazione e di gestione più efficienti e innovative.

In questo quadro, le prospettive di ripresa della nostra economia potrebbero apparire meno buone di quelle di altri Paesi europei, perché la crisi provocata dalla pandemia colpirà più duramente le piccole e medie imprese, le quali possono avere problemi di liquidità nelle fasi di bassa domanda e dipendono dai prestiti delle banche, un canale che potrebbe inaridirsi se aumentasse notevolmente il numero dei fallimenti e le banche fossero spinte a razionare il credito per rispettare i vincoli di capitale. A complicare il superamento delle crisi delle piccole e medie imprese vi è la lentezza – non in tutti, ma in molti tribunali – delle procedure concorsuali e spesso un approccio poco incline a considerare prioritario il rilancio dell’attività rispetto ai diritti dei creditori.

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Malgrado il contesto, non appena sarà superata l’emergenza sanitaria, le condizioni saranno ideali per ristrutturare il sistema produttivo e creare le premesse per una robusta crescita di lungo termine, ma non senza una modifica del paradigma culturale prevalente. La maggior parte degli osservatori attenti è concorde nel ritenere che alcuni effetti della crisi pandemica, tra i quali il più incidente in maniera trasversale è la diffusione delle tecnologie digitali, saranno permanenti e ciò determinerà una trasformazione dei settori industriali lungo due direzioni: una interna, con il cambiamento delle gerarchie competitive; una esterna, che vedrà alcune industrie espandersi velocemente e attrarre capitali e giovani lavoratori e altre imboccare la strada del declino. Nello scenario previsto sarà necessaria una severa selezione delle imprese, per concentrare le risorse e gli sforzi organizzativi e imprenditoriali in quelle che mostrano prospettive di successo nel lungo termine e per far uscire dal mercato quelle superate dai tempi, mediante procedure concorsuali snelle ed efficienti dal punto di vista dei costi. La selezione però andrebbe guidata, e non lasciata solo al libero mercato, per accelerare il processo di ristrutturazione e ridurre le diseconomie e le disfunzioni sociali.

Le banche migliori sono nella condizione ideale per svolgere il processo di selezione perché dispongono del quadro informativo più accurato e aggiornato sul sistema delle imprese italiane. Si potrebbero da un lato canalizzare attraverso di esse, e basandosi sulla loro capacità di selezione, risorse pubbliche a titolo di capitale di rischio nelle imprese con prospettive di successo nel lungo termine, e dall’altro lato prevedere incentivi fiscali sulle nuove perdite su crediti che si determineranno per effetto di procedure giudiziali, in modo da spingerle a chiudere rapidamente, limitando i danni patrimoniali, le esposizioni verso debitori senza prospettive di continuità imprenditoriale.

Occorrerà governare adeguatamente gli effetti di spiazzamento occupazionale che conseguiranno a questo processo di ristrutturazione del sistema produttivo, attraverso l’accompagnamento dei lavoratori verso la riqualificazione professionale e il ricollocamento e mediante una attenta calibrazione delle misure e dei tempi delle incentivazioni finanziarie e fiscali fondata sull’analisi dei prevedibili effetti nei vari settori e territori. Il taglio del nodo gordiano non è tipico della nostra tradizione culturale, ma stavolta vi è l’occasione di recuperare il ritardo tecnologico che da 40 anni penalizza la nostra economia.

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