L’agenda del neo-cancelliere

Una partita delicata tra investimenti e disciplina di bilancio

di Attilio Geroni

(AP)

3' di lettura

Come Angela Merkel all’inizio del suo cancellierato, Olaf Scholz è un leader dalla personalità sfuggente. Per questa ragione è stato in parte sottovalutato all’inizio della campagna elettorale che ha portato al voto del 26 settembre e alla vittoria del suo partito, la Spd. Eppure aveva una solida carriera politica alle spalle: segretario generale del Partito socialdemocratico dal 2002 al 2004; ministro del Lavoro e degli Affari sociali dal 2007 al 2009; sindaco di Amburgo dal 2011 al 2018; e infine vice cancelliere e ministro delle Finanze dal 2018 fino all’altroieri.

Oggi, come da tradizione, il cancelliere tedesco sarà a Parigi per la sua prima visita ufficiale all’estero e poi andrà a Bruxelles. L’ancoraggio all’Europa è una pietra angolare del programma di governo condiviso con i Verdi e il Partito liberaldemocratico (Fdp). Nei mesi scorsi è stato più volte sottolineato un aspetto di continuità, anche caratteriale e di metodo, tra Scholz e Merkel. Non c’è dubbio che i due condividano una notevole capacità di mediazione e compromesso e una vocazione politica centrista, ma il programma della coalizione Semaforo rappresenta anche un segnale di discontinuità rispetto all’era Merkel.

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La parola chiave è «modernizzazione». Una spinta, senza precedenti negli ultimi decenni, di investimenti pubblici e privati che dovrebbe accompagnare la Germania durante la transizione verde e digitale, rafforzando allo stesso tempo le infrastrutture fisiche del Paese, in condizioni non all’altezza della prima potenza economica dell’Eurozona.

La modernizzazione di Scholz e dei suoi partner di governo coinvolge anche la sfera sociale grazie all’impegno di rendere ancora meno vincolanti i requisiti per ottenere la cittadinanza tedesca, di portare da 18 a 16 anni l’età per poter votare, di realizzare un grande piano di edilizia residenziale per attenuare la crisi degli alloggi e di legalizzare la vendita della cannabis a scopo ricreativo.

In un’intervista al Sole 24 Ore pubblicata ieri, il capo economista di Citigroup in Germania, Christian Schulz, osservava giustamente due cose: che nel programma di governo «mancano i miliardi», vale a dire la cifra necessaria per questa faraonica modernizzazione, e mancano le cosiddette riforme strutturali.

Scholz di riforme strutturali ne sa qualcosa, visto che il programma Agenda 2010 di Gerhard Schröder vide la luce quando lui era segretario della Spd, quindi parte in causa nel convincere la base del partito sulla bontà del programma di revisione del welfare.

In realtà le riforme strutturali sono mancate durante i 16 anni di Merkel, mentre gli investimenti pubblici sono stati in parte sacrificati sull’altare della disciplina di bilancio.

Il nuovo cancelliere ha idee un po’ diverse in proposito ed è interessato ad accompagnare senza scossoni la società tedesca attraverso la rivoluzione industriale che la lotta al cambiamento climatico e la digitalizzazione dell’industria e dei servizi imporranno al Paese. Se da un lato ha promesso di non aumentare le tasse per finanziare la trasformazione, dall’altro non ha voluto toccare le pensioni e ha proposto di aumentare il salario minimo da 9,60 a 12 euro all’ora.

Se davvero la coalizione rosso-verde-gialla riuscirà a rispettare questo programma, che tipo di convergenza potrà esserci con Emmanuel Macron? Punti di incontro in realtà ci sono già stati. Il cancelliere tedesco quando era ministro delle Finanze ha dato un contributo decisivo, assieme alla controparte francese, alla progettazione del Recovery Fund. Parigi cercherà di convincere Berlino della necessità di riformare il Patto di Stabilità e Crescita rendendolo più flessibile e utile alle priorità europee dei prossimi decenni.

Scholz è sensibile al tema, ma è tedesco. Ciò significa che non metterà mai a repentaglio (se è per questo non lo farebbero nemmeno i Verdi) il buon andamento dei conti pubblici. Le ambizioni e l’impeto europeista di Macron sono stati spesso frenati dalla Germania, con la fortunata eccezione del Recovery Fund, che era vitale per la sopravvivenza del mercato unico.

Il presidente francese – la cui rielezione in aprile non è così scontata – potrà far leva su una priorità tedesca diversa da quella dell’era Merkel, la modernizzazione, e per la quale sarà necessario un margine di manovra più ampio di quello contemplato dalle attuali regole di bilancio europee.

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