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Parigi-Roubaix: trionfa l’Italia con Elisa Longo Borghini. Ora tocca a Ganna

La ciclista italiana ha vinto in solitaria. Domenica tra gli uomini il favorito numero uno dovrebbe essere ancora Mathieu Van Der Poel

di Dario Ceccarelli

Elisa Longo Borghini con il trofeo della Parigi-Roubaix: una pietra del famigerato pavè - Afp

6' di lettura

Speriamo che sia femmina, era il titolo di quel magnifico film di Mario Monicelli. Adesso speriamo solo che continui così. In attesa che i collegi maschi rialzino la testa – e ripensando al trionfo di Sonny Colbrelli di un anno fa – , le ragazze irresistibili del ciclismo azzurro stanno facendo man bassa di titoli e di classiche del Nord. Dopo la vittoria di Marta Cavalli alla Amstel Gold Race, una campionessa italiana ha inciso il suo nome nelle pietre della Parigi-Roubaix: si tratta di Elisa Longo Borghini che ha conquistato da dominatrice la nuova edizione della Parigi-Roubaix dopo essere arrivata terza in quella dell'anno scorso.

Longo Borghini, vittoria solitaria

Un'impresa da incorniciare quella di Elisa. Che ha preso il volo a circa 33 chilometri dal traguardo guadagnando un vantaggio di circa mezzo minuto che ha conservato fino alla fine della corsa respingendo gli assalti delle rivali.

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La Borghini, al trentesimo successo in carriera, è entrata tutta sola nel velodromo di Roubaix godendosi in solitaria un trionfo che arricchisce il suo già invidiabile palmarès (due bronzi olimpici di Rio e di Tokyo e tre terzi posti ai mondiali). Al secondo posto la belga Lotte Kopecky. Al terzo Lucinda Brand, olandese, anche lei del team Trek Segafredo come la Borghini. Per dare più lustro al nostro ciclismo femminile da segnalare il quinto posto di Marta Cavalli, arrivata anche lei con circa mezzo minuto di ritardo. Ironia della sorte, la vincitrice della Roubaix alla vigilia non voleva neppure partire. «Non stavo bene e mi spiaceva dover fare la comparsa» ha detto Elisa dopo aver tagliato il traguardo. «Ma le mie compagne hanno insistito e alla fine mi sono convinta».

L'Italia trionfa alla Parigi-Roubaix con Elisa Longo Borghini

L'Italia trionfa alla Parigi-Roubaix con Elisa Longo Borghini

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La maschera di fango di Colbrelli

Viene un nodo alla gola pensando alla Parigi-Roubaix in programma questa domenica di Pasqua. L'ultima Roubaix, svoltasi il 3 ottobre 2021 per il covid, porta con sé una immagine trionfale per il ciclismo italiano: quella di Sonny Colbrelli, coperto di fango, che singhiozza sul prato del velodromo di Roubaix.

Mai una maschera di fango aveva saputo riassumere meglio la felicità. In quella maschera, rivolta al cielo, c'era tutta l'epica della Regina della classiche: il pavé, la pioggia, il fango, la fatica quasi disumana, le cadute e le risalite di un campione - Sonny Colbrelli - che a 31 anni aveva raggiunto il suo sogno dopo una vita da mediano che, pur dandogli diverse soddisfazioni, lo aveva disabituato alla gioia pura dalle grandi imprese. Erano passati 22 anni dalla vittoria di Andrea Tafi, un altro corridore italiano specialista di fatiche e di pavé.

Purtroppo, sappiamo come è andata. Colbrelli, operato al cuore dopo aver rischiato la vita al Giro di Catalogna, non solo non sarà alla Roubaix, ma quasi sicuramente non correrà più. Troppo rischioso. Almeno per il momento. Ha un defibrillatore nel cuore e la vita vale più di altre vittorie prestigiose. «Non mi sento un ex. Verrà il tempo di una scelta finale», dice il bresciano. «Ora sono felice di esser vivo e di potermi godere i miei figli e la mia famiglia».

Una calvacata spietata

Certo, dopo aver trovato un nuovo protagonista, fa male ritrovarsi al raduno di Compiègne senza l'ultimo vincitore di una corsa che ha fatto la storia del ciclismo. Una corsa amata e odiata come poche perchè la Roubaix è una cavalcata spietata su stradine di campagna fatte di sassi e di buche, di pietre aguzze e di carreggiate preistoriche. Quest'anno 54,8 km di pavè.

Bernard Hinault, il leggendario corridore bretone che la domò nella primavera del 1981, dopo esser sceso dalla bicicletta disse con aria offesa: «Mai più». La si ama e la si odia. La si fischia e la si applaude. Suscita comunque una valanga di emozioni. E per questo che anche questa volta milioni di persone si metteranno davanti alla tv (Rai 2 dalle 14, Eurosport e Rai sport HD dalle 11) per vedere cosa diavolo succede in questo tuffo nell'Inferno. Se pioverà o farà freddo. Se ci sarà il sole (come annuncia il meteo), che da queste parti è benedetto ma porta anche un gran polverone.

Inutile girarci attorno: se nelle corse ciclistiche la natura è solitamente un oggetto, nella Roubaix è la sostanza. Un implacabile nemico da abbattere che va affrontato a testa alta cercando di stare sempre davanti per evitare le buche e le cadute. Non sempre infatti vince il migliore. Una foratura può cambiare il corso di una edizione. Una buca, o una moto dei fotografi che sbanda, può modificare un ordine d'arrivo. Nel 1993 Franco Ballerini, dopo detto “Monsieur Roubaix” per aver vinto le edizioni del 1995 e del '98, finì secondo per 8 centimetri battuto da Duclos Lassalle, vecchia pellaccia di queste sfide sul pavé.

Ciclismo maschile bocciato al Nord

È una corsa spericolata, in bilico tra un glorioso passato e un futuro sempre denso di emozioni. Terra di conquista per belgi e olandesi. Non è un gran momento per il nostro ciclismo. Soprattutto al Nord, dove siamo scomparsi dagli ordini d'arrivo. Per trovare il primo italiano nell'ultima Amstel Gold Race, vinta dal polacco Kwiatkoski, bisogna scendere al 17esimo posto di Matteo Trentin. Ma anche nelle altre corse siamo stati ai margini: al Fiandre, dove una volta eravamo leoni ( e non solo con Fiorenzo Magni), il primo azzurro è Mozzato (25°).

Una Caporetto resa meno amara dalla nuova primavera del ciclismo femminile. E non solo per il successo di Marta Cavalli alla corsa delle birre e quello di Elisa Longo Borghini sulle pietre di Roubaix. Quello delle ragazze è un periodo d'oro: in un mese abbiamo centrato cinque delle prime sette prove del calendario Wolrd Tour. Speriamo che sia femmina, per il ciclismo, non è più un modo di dire.

Al contrario per i maschi si fa sempre più dura. Con il lungo tramonto di Nibali, viviamo uno dei periodi più bui. Del resto l'Italia dal 2017 non ha più una squadra nel Word Tour, il massimo circuito professionistico. E non a caso Filippo Ganna, l'unica vera perla del ciclismo azzurro, corre nella Ineos Grenadiers, il Dream Team britannico che nel 2019 ha sostituito Sky e che ogni anno investe 50 milioni nelle due ruote.

Van Der Poel il favorito

Tornando alla Roubaix, il favorito numero uno dovrebbe essere ancora Mathieu Van Der Poel, alla caccia di una accoppiata di prestigioso dopo il suo secondo successo al Giro delle Fiandre. Con un profilo più basso invece Wout Van Aert, il fuoriclasse belga non completamente ristabilitosi dal covid. Sarà al via ma non come capitano. Al borsino dei favoriti vanno anche segnalati Magnus Sheffield, giovanissimo vincitore dell'ultima Freccia del Brabante. Poi Pedersen, Asgreen, Kristoff, Kung, Mohoric e Van Avermaet.

Belgi, sloveni, americani, danesi, svizzeri, tedeschi. A tener su la sfilacciata bandiera tricolore ci proverà il nostro Filippo Ganna, anche lui dopo una fastidiosa influenza alla ricerca della pedalata perduta. «Spero di ritrovare il ritmo giusto dopo tanti giorni di assenza», ha detto il cronoman piemontese che nel 2016 vinse la Roubaix Under 23. «Pedalare sul pavé è duro. Dire che è bello è da masochisti…Il giorno dopo sei tutto rotto come se avessi fatto un incidente. Senti male sulle dita delle mani, sui polsi e sulle spalle. Bisogna abituarsi…».

Le speranze tricolori in Ganna

Eh già, alla Roubaix bisogna farci il callo. Una volta c'erano gli specialisti come il magnifico Roger De Vlaeminck, detentore con quattro successi del record di vittorie, seguito con tre da Moser, Boonen, Cancellara, Museeuw, Merckx, Van Looy, Rebry, e Lapize. Merckx, parlando degli assenti, diceva: «Non vengono perchè hanno paura… Perchè alla sera, quando ritornano in albergo, non vogliono avere la schiena a pezzi e le mani che tremano come quelle dei vecchi…».

Mancando anche Gianni Moscon, Ganna è una delle poche frecce al nostro arco. « Di sicuro ha potenza e una grande fisicità» dice di lui Francesco Moser che su queste pietre vinse tre volte consecutivamente (1978-'79-'80). Moser, che con quel suo modo arrembante di correre sembrava costruito apposta per questa classica, ha molta fiducia in Ganna. «Come cronoman non si discute. È un vero specialista del tempo e penso che possa anche provare ad attaccare il record dell'ora. Per la Roubaix è più difficile. Ci sono tante incognite, non è come in pista. Conterà anche il tempo, il vento, il coraggio di attaccare quando è il momento giusto. Ganna qui ha già vinto come Under 23. Quindi spero faccia bene, sia per lui sia per il ciclismo italiano che ha bisogno di nuovi imprese e di nuovi campioni».


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