previdenza

Pensioni, una su cinque in pagamento da oltre 20 anni

A fine 2018 erano circa 3,5 milioni i trattamenti Inps con più di 26 anni di durata. Più di 653mila in pagamento da oltre 38 anni. Ma il numero dei pensionati è risultato il più basso degli ultimi 22 anni: 16.004.503, e quello dei lavoratori attivi regolari che pagano i contributi e le imposte è stato il più alto di sempre: 23.214.949

di D. Colombo e M. Rogari


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3' di lettura

Il dato che più colpisce del settimo Rapporto sul Bilancio del sistema previdenziale italiano curato da Itinerari Previdenziali riguarda la longevità dei nostri pensionati. A fine 2018 risultavano in pagamento da oltre 38 anni più di 653mila trattamenti previdenziali. Mentre erano circa 3,5 milioni le pensioni in pagamento da più di 26 anni. Una su cinque è in pagamento da oltre 20 anni. È il mondo dei tantissimi baby pensionati usciti con meno di vent’anni di contributi, o degli oltre 500mila prepensionati del settore privato che hanno guadagnato l’assegno Inps grazie alle tante crisi aziendali di fine secolo e prima che la raffica di riforme adottate dal 1992 in avanti mettesse qualche freno al treno in corsa. Ma chi è salito su quel treno ha compiuto un viaggio lunghissimo e continua a viaggiare, grazie a una longevità senza pari in Occidente.

Torna a crescere il rapporto tra lavoratori e pensionati
Se le pensioni matusalemme pesano come un macigno sulla tenuta del sistema, due dati positivi registrati sempre a fine 2018 fanno invece un poco sperare. Il primo: il numero dei pensionati è risultato il più basso degli ultimi 22 anni: 16.004.503, mentre il numero dei lavoratori attivi regolari che pagano i contributi e le imposte è stato il più alto di sempre con 23.214.949, superiore anche al record del 2008, ultimo anno positivo prima della grande crisi. Secondo dato positivo: il fondamentale rapporto tra attivi e pensionati si porta a 1,435, il miglior risultato degli ultimi 22 anni. Tutto bene quindi? Non proprio, visto che molti degli attivi hanno contratti precari, redditi bassi e carriere discontinue. E, ciononostante, con i loro contributi finanziano pensioni in molti casi più ricche di quanto un sano equilibrio attuariale vorrebbe.

TASSI DI DISOCCUPAZIONE A CONFRONTO

Valori in percentuale

Al netto dell’assistenza il sistema tiene
Gli analisti di Itinerrai previdenziali vanno però oltre. Se dal numero di 16.004.503 pensionati - scrivono - si sottraggono i titolari di assegni e pensioni sociali, pensioni di guerra e percettori di prestazioni di invalidità e indennità di accompagnamento per un totale di 3.723.945 pensionati totalmente o parzialmente assistiti e circa 280.000 delle 716.213 pensioni indennitarie, per un totale di 4 milioni, il rapporto attivi pensionati vero, cioè pensionati previdenziali su lavoratori attivi che versano i contributi, passa da 1,435 a 1,94. Un dato che autorizza a parlare di «tenuta del sistema».

Una misura per la sola spesa previdenziale
Dalla analisi di Itinerari sulla spesa pubblica e sulle entrate (“Sostenibilità della spesa per pensioni in un'ipotesi alternativa di sviluppo”), redatto da Alberto Brambilla, Gianni Geroldi, Claudio Negro, Paolo Onofri e Alessandro Rosina, si arriva alla riconferma che la situazione resta critica, soprattutto se si tiene conto anche dell’elevato livello del debito pubblico. Ma i dati - spiega Brambila - vanno letti con attenzione. Così come le stime condivise in Europa sul quadro demografico, l’andamento del mercato del lavoro, la produttività e gli altri fattori di crescita economica.

PIÙ SPESA ASSISTENZIALE

Un mercato del lavoro più ampio, unica garanzia
Il vecchio cavallo di battaglia di questa think thank resta quello della separazione della spesa assistenziale da quella previdenziale (progetto ora risfoderato dal Governo), cui si aggiunge la storica proposta di attivare in Inps un’anagrafe dell’assistenza per razionalizzare l’erogazione di tutte le prestazioni sociali che si sono sommate e sedimentate nella legislazione nel corso degli ultimi decenni. Ma anche questo non basta. Dice Brambilla che bisogna fare di più per rendere il mercato del lavoro ampio e forte, fondato su tassi di occupazione e di partecipazione femminile più vicini alle medie europee: «Le premesse per migliorare la situazione non mancano in verità, ma servono riforme concrete e mirate che rendano complessivamente più ottimistiche le proiezioni sul Pil, permettendo così di gettare le basi per un rinnovato clima di fiducia e benessere».

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