sostenibilità

Una Politica alimentare comune per la riforma agricola dell’Europa

di Elena Comelli


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Afp

4' di lettura

L’Europa perde 970 milioni di tonnellate di suolo ogni anno per l'erosione e già oggi la riduzione della biodiversità sta mettendo a repentaglio l'impollinazione di molte colture alimentari. A livello globale, i sistemi agricoli sono all'origine del 27% delle emissioni di gas serra e l'agricoltura europea è responsabile del 90% delle emissioni di ammoniaca, un terribile contributo all'inquinamento atmosferico, che uccide 400.000 persone ogni anno. Nel frattempo, più di un'azienda agricola su quattro è scomparsa dal paesaggio europeo tra il 2003 e il 2013, sia per la massiccia perdita di terreni fertili che per il rapido processo di concentrazione in corso nel settore. E ormai l'epidemia di obesità si è allargata anche al Vecchio Continente e colpisce il 20% della popolazione europea.

Questa è solo una parte della lunga lista di problemi urgenti che Ipes Food ha portato oggi davanti al Parlamento europeo, per proporre una radicale riforma della Politica agricola comune. Il think-tank di Bruxelles lavora da tre anni con centinaia di operatori del settore - fra cui Coldiretti, Slow Food e il Barilla Center for Food and Nutrition - per trasformare la Pac da Politica agricola in Politica alimentare, adattandola ad affrontare le nuove sfide dei cambiamenti climatici, della perdita di biodiversità, dell'epidemia di obesità e della fuga dei giovani dalla terra.

Con 80 proposte concrete di riforma, il rapporto di Ipes Food delinea un quadro di come potrebbero diventare i sistemi alimentari europei sotto l'ombrello di una Common Food Policy: una strategia sostenibile, mirata a riallineare le varie politiche settoriali che influenzano produzione, trasformazione, distribuzione e consumo del cibo.

«Mangiamo tre volte al giorno, ma non abbiamo una strategia coerente per realizzare i sistemi alimentari che vogliamo in Europa», sostiene l'autore principale, Olivier De Schutter, rilevando una serie di punti dolenti, che mettono gli obiettivi della Ue in materia alimentare e ambientale in contraddizione con le sue politiche agro-commerciali: «Abbiamo ambiziose strategie anti-obesità, ad esempio, ma anche politiche agro-commerciali che rendono il cibo spazzatura economico e abbondante. Offriamo premi ai giovani per farli ritornare alla terra, ma dall'altro lato facciamo salire i prezzi dei terreni e impediamo l'accesso alla terra con un modello sbagliato di sussidi. Professiamo rigorosi standard ambientali, mentre tagliamo i fondi ai servizi che dovrebbero aiutare gli agricoltori ad applicarli», fa notare De Schutter, che è stato relatore speciale delle Nazioni Unite sul diritto al cibo dal 2008 al 2014 ed è professore di diritto internazionale alla Cattolica di Lovanio e a Sciences-Po di Parigi. «Una politica alimentare comune può porre fine a queste costose contraddizioni, affrontando il problema alla radice: il modo in cui formuliamo le politiche e stabiliamo le priorità nei sistemi alimentari dev'essere coerente”.

L'idea di una Common Food Policy nasce dall'impostazione di Carlo Petrini, fondatore del movimento Slow Food, che ha dato un importante contributo al lavoro di Ipes Food: «Ciò di cui abbiamo bisogno non sono nuove politiche agricole, ma qualcosa di molto più ampio, inclusivo, in una parola: olistico. L'agricoltura ha svolto e svolgerà un ruolo decisivo nel futuro dell'umanità: nella sua capacità di affrontare le sfide degli anni a venire, garantendo una vita più o meno dignitosa a tutti i suoi membri, e nelle sue prospettive di vivere in armonia con l'ambiente o di distruggere la nostra casa comune”, sostiene Petrini.

Il rapporto è il risultato di una serie di laboratori interdisciplinari, in cui oltre 400 agricoltori, scienziati, attivisti e funzionari hanno strutturato le azioni necessarie per raggiungere un'Europa a emissioni zero. È un appello all'integrazione tra i diversi settori della politica, a partire dall'istituzione di una vicepresidenza della Commissione europea per i sistemi alimentari sostenibili e di un intergruppo alimentare nel Parlamento europeo. Il secondo punto è la richiesta agli Stati membri di sviluppare una dieta salutare per la popolazione (orientando a questo fine il pubblico approvvigionamento, la pianificazione territoriale, le politiche fiscali e sociali, l'istruzione e il marketing) come condizione per sbloccare i pagamenti della Pac.

Sempre in materia di pagamenti della Pac, il rapporto suggerisce di introdurre un “premio agroecologico” come nuova motivazione per la distribuzione dei sussidi e di creare un Osservatorio territoriale europeo per promuovere il passaggio diffuso all'agricoltura sostenibile e all'uso sostenibile del suolo. Per quanto riguarda l'import, il rapporto indica di attribuire ai distributori alimentari la responsabilita di garantire catene di approvvigionamento che escludano prodotti coltivati grazie alla deforestazione, al furto dei terreni e alle violazioni dei diritti umani. Sugli aspetti commerciali, si invita ad aumentare il sostegno alle iniziative di scambio diretto fra agricoltori e consumatori, alla rielaborazione delle politiche alimentari locali e urbane. Infine si esorta alla creazione di un Consiglio per la politica alimentare dell'Ue, che dovrebbe servire a trasmettere a livello centrale i problemi dei sistemi alimentari locali, in modo da garantire che le politiche dell'Ue siano sistematicamente concepite per sostenere l'emergere di iniziative alimentari locali.

«In definitiva, questo rapporto è un invito all'azione», ha detto De Schutter, invitando le istituzioni europee a raccogliere la sfida di lavorare con tutti gli operatori del sistema alimentare per elaborare a attuare una politica alimentare per l'Europa.

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