Dietro i numeri del Def / 2

Una politica dei redditi intelligente e coordinata per battere l’inflazione

È positiva la proposta di costruire un “patto tra le parti sociali” arrivata dal presidente del Consiglio Mario Draghi e dal ministro del Lavoro Andrea Orlando, dopo l’approvazione del Documento di economia e finanza (Def)

di Stefano Fassina

(ANSA)

3' di lettura

È positiva la proposta di costruire un “patto tra le parti sociali” arrivata dal presidente del Consiglio Mario Draghi e dal ministro del Lavoro Andrea Orlando, dopo l’approvazione del Documento di economia e finanza (Def). Per ora, è soltanto un’indicazione generica, condivisa nelle audizioni sul Def da Cgil, Cisl e Uil, Confindustria e dalle altre principali organizzazioni datoriali e del lavoro autonomo. Deve maturare in fretta sul piano politico, fino a configurarsi come “metodo Ciampi” per attuare al più presto la politica dei redditi necessaria alla difficilissima fase in corso.

Le previsioni del Def in termini di variazione del Pil reale, deflatori, deficit e debito pubblico non possono che essere auspici, data l’incertezza dello scenario squarciato dall’aggressione militare della Russia all’Ucraina. Invece, l’analisi del cambio di stagione per i mercati deve essere solida e altrettanto solide le politiche sottostanti. Innanzitutto, l’analisi del nodo prioritario di fase: l’inflazione. A differenza degli Stati Uniti, l’impennata dei prezzi oggi nell’Unione europea è da offerta, ossia è dovuta al costo delle materie prime, non all’eccesso di domanda da surriscaldamento salariale o da spesa pubblica. Quindi, la policy. L’inflazione da offerta non si combatte con la conclusione accelerata degli acquisti di Titoli di Stato e l’aumento dei tassi di interesse, come dichiarato dalla Banca centrale europea, con conseguente aumento di 90 punti base del costo del nostro debito, nella rassegnazione dei governi dell’eurozona alla sacra indipendenza dei decisori di Francoforte. Neppure è accettabile assumere, come scritto nel Def, il rinnovo dei contratti nazionali di lavoro «in riferimento all’indice Ipca al netto dei beni energetici». Si combatte, invece, tanto più nel quadro di guerra e sanzioni, con una intelligente e coordinata politica dei redditi, definita nel concerto tra governo e le principali organizzazioni sindacali e datoriali, da un lato e, dall’altro, con correzioni nella regolazione dei mercati dell’energia. Altrimenti, le conseguenze per lavoratori e imprese sono drammatiche.

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Come avvenne con l’autorevole guida del presidente Ciampi per uscire dall’impervio tornante del 92-93, anche quello segnato da inflazione importata a causa della pesante svalutazione della lira, il governo Draghi dovrebbe chiedere alle imprese l’impegno, da verificare, alla moderazione nella traslazione sui prezzi al consumatore dell’innalzamento dei costi degli input delle produzioni, particolarmente acuti per il gas e l’energia. Simmetricamente, alle rappresentanze di lavoratrici e lavoratori, l’esecutivo dovrebbe domandare l’impegno a frenare le rivendicazioni sulle retribuzioni nominali nei rinnovi contrattuali. Il governo Draghi, da parte sua però, dovrebbe mettere sul tavolo interventi immediati e adeguati per il taglio delle tasse o dei contributi sui redditi da lavoro e per i rimborsi dei maggiori costi per le imprese, così da proteggere potere d’acquisto dei primi e utili delle seconde. A tal fine, il decreto annunciato per fine aprile dovrebbe mobilitare risorse nettamente superiori ai 5 miliardi “trovati” a invarianza di deficit programmatico. Per recuperare le risorse aggiuntive, prima di ipotizzare uno scostamento di bilancio, il governo dovrebbe attingere ai 40 miliardi di extra-profitti accumulati dalle imprese del settore energetico, inspiegabilmente incisi soltanto in piccola parte dal “contributo straordinario” del 10 per cento. Sul versante regolativo, il governo Draghi, oltre a insistere a Bruxelles, dovrebbe subito approvare, come sollecitato anche dal presidente di Confindustria Carlo Bonomi, un tetto nazionale al prezzo del gas e separare i mercati dell’energia in relazione alle fonti di generazione.

A differenza del ’92-93, la politica monetaria è gestita a Francoforte, non a Roma. Quindi, l’operazione italiana, pur necessaria, non è sufficiente a convincere il board della Bce a correggere la rotta intrapresa. Pertanto, andrebbe portata avanti con la massima determinazione possibile una analoga politica dei redditi in tutti i principali Stati dell’eurozona, anche attraverso il coinvolgimento della Confederazione europea dei sindacati e delle associazioni di rappresentanza delle imprese europee. A tal fine, il Consiglio europeo dovrebbe invitare la Commissione a introdurre uno strumento, sul modello del Sure attuato nel 2020, per offrire un sostegno ai bilanci degli Stati vincolato a proteggere salari e utili.

Insomma, per fermare la spirale inflazionistica da offerta senza aggravare le già sofferenti condizioni dell’economia reale, si dovrebbe mettere in campo una linea di politica economica alternativa a quella della Bce.

Deputato Liberi e Uguali

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