Interventi

Una proposta per le imprese e i bilanci 2020

di Alessandro Capocchi*

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(joyfotoliakid - stock.adobe.com)


3' di lettura

Gli analisti finanziari ed economici all'inizio di questa emergenza auspicavano che la crisi dal punto di vista economico potesse assumere la forma della “V” per evidenziare il lockdown delle attività produttive ed economiche e la successiva riapertura delle stesse con una rapida crescita. In verità in questa ipotesi la variabile critica è rappresentata dal tempo che scandisce il passaggio delle settimane di chiusura. La “V” può diventare una “U” o nello scenario peggiore una “L”. Oggi a distanza di quasi un mese abbiamo capito che la riapertura avrà bisogno di tempo e che, probabilmente, non avremo la auspicata “V”, anzi per molte aziende e in molti settori l'esercizio contabile 2020 sembra essere fortemente compromesso.

Da qui nasce una richiesta al Governo. La richiesta di consentire alle aziende, da subito con l'approvazione del Bilancio 2019 – i cui termini sono stati prorogati – di scegliere se considerare l'esercizio contabile 2020 in maniera ordinaria e quindi chiuderlo al 31 dicembre 2020 (o alla data abituale per le aziende che hanno un esercizio contabile che non coincide con l'anno solare) sia dal punto di vista civilistico e sia dal punto di vista fiscale o se, diversamente, optare per far confluire l'esercizio contabile 2020 nell'esercizio contabile 2021 e di fatto avere un unico esercizio con chiusura ai fini civilistici e fiscali al 31 dicembre 2021. Ciò anche potendo prevedere di pesare in maniera diversa i mesi del 2020 con i mesi del 2021 in funzione del reale andamento della gestione.

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Quali sono i vantaggi per le aziende e le partite Iva che potrebbero optare per questa scelta?

1) non certificare alla fine dell'esercizio 2020 i danni economici che la gestione ha subito con una forte contrazione dei ricavi a cui ragionevolmente non è stata associata dalle aziende una altrettanto commisurata riduzione dei costi;

2) distribuire anche dal punto di vista matematico i danni economici subiti – in primis la perdita di ricavi ossia di fatturato – in un intervallo temporale di ventiquattro mesi;

3) mitigare gli algoritmi con cui le banche e le agenzie di rating valutano le aziende medesime.

Ovviamente questa misura ha un costo per lo Stato in termini fiscali ossia di mancate entrate. A detto svantaggio si affianca però il fatto che le aziende hanno più tempo per recuperare a beneficio della propria sopravvivenza. La sopravvivenza delle aziende oggi è la principale preoccupazione per lo Stato e per il Governo. Ciò che lo Stato non incasserà nel 2021 verrà incassato dal 2022 in avanti e avremo evitato la “scomparsa” di numerose aziende soprattutto di quelle piccole o di quelle che appartengono ai settori più colpiti. Poi si tratta di un'opzione: molte aziende potranno fare il bilancio regolarmente riducendo il disagio per le casse dello Stato. Se poi questa misura fosse legata ad un Patto per l'Italia e si riuscisse a sciogliere anche alcuni nodi che contraddistinguono la nostra economia come il lavoro nero e l'evasione fiscale lo Stato potrebbe recuperare più rapidamente le mancate entrate.

Auspico che questa misura possa essere valutata positivamente e adottata rapidamente già al momento dell'approvazione del Bilancio 2019 affinché le aziende, una volta ripresa l'attività, possano proiettarsi nell'orizzonte temporale da loro ritenuto più confacente: fine 2020 o fine 2021.

(*) Ordinario di Economia Aziendale
Università degli Studi Milano Bicocca

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