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Una prospettiva quasi scientifica per valutare i programmi elettorali

Sembra che gli indecisi per le incombenti elezioni siano ancora ben il 40%

di Luciano Pietronero

(Melinda Nagy - stock.adobe.com)

4' di lettura

Sembra che gli indecisi per le incombenti elezioni siano ancora ben il 40% ed io sono tra questi. Tuttavia vorrei proporre alcuni criteri per valutare i candidati ed i programmi elettorali su base (quasi) scientifica. Cioè io che sono indeciso penso di poter proporre agli altri dei criteri con i quali decidere. Ebbene è proprio così perché, come è noto, chi sa fare una cosa la fa e chi non la sa fare la insegna. Chi cerca formule magiche o soluzioni miracolose può smettere di leggere. Il mio obiettivo è anche di stimolare dubbi consapevoli piuttosto che certezze dogmatiche.

Per prima cosa va definita la credibilità di chi propone qualcosa. Se guardando indietro vediamo questa persona ha fatto dichiarazioni e promesse poi svanite è ragionevole assumere che, qualunque cosa promette adesso, è poco credibile. Senza fare esempi che potrebbero essere molto numerosi e bipartisan, è chiaro che questo criterio favorisce chi non ha mai governato che non paga lo scotto di essersi già esposto. Per questi è quindi necessaria una attenzione particolare perché hanno un vantaggio di pura posizione.Poi va definito il contesto, cioè che tipo di paese vogliamo avere. L'Italia ha molte risorse naturali (turismo ma non petrolio) e culturali lasciateci graziosamente dai nostri operosi e ottimi predecessori dei secoli precedenti. Questo è molto bello ma non è sufficiente per una economia complessiva di qualità per tutti. Quindi è chiaro che l'Italia deve investire nella Economia della Conoscenza. Questo crea subito un problema perché è un campo dove non si possono ottenere risultati in tempi brevi mentre il dibattito politico fa inevitabilmente riferimento alle scadenze elettorali. Qui bisogna essere chiari: se uno si vuole costruire una casa è chiaro che non lo può fare entro domani e se uno invece si vuole costruire una casa entro domani, è chiaro che non avrà mai nessuna casa. Quindi nelle analisi andrebbe lasciato uno spazio per il lungo termine senza essere schiacciati dalle urgenze. Va anche considerato che dei buoni progetti a lungo termine hanno un effetto anche a breve termine, ad esempio in termini di credibilità e di spreading.

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Utilizzo delle risorse. La maggior parte dei programmi propongono come spendere le risorse che si hanno ma quasi nessuno propone come acquisire nuove risorse. Nel primo caso si tratta di proposte redistributive, nel secondo di proposte innovative. La mia proposta sarebbe che per ogni progetto si chiarisca di che tipo è rispetto a queste categorie e che negli articoli o alla TV si parli per il 50% delle proposte redistributive e per il 50% di quelle innovative. Al momento siamo circa 90/10 al massimo. Per chiarire l'importanza fondamentale di questo punto si può considerare una semplice metafora: se abbiamo una torta e discutiamo su come dividercela, potremmo provare a litigare di meno e utilizzare le nostre energie per cercare di acquisire una seconda torta. La strategia ottimale in questo caso dipende dal contesto. Se siamo su un' isola deserta è chiaro che ci conviene litigare per l'unica torta disponibile, ma se invece siamo un contesto più favorevole dove una seconda torta potrebbe esistere, alla lunga chi passa il tempo a litigare per quello che ha senza guardarsi intorno in modo costruttivo, risulta perdente.

Questi problemi si possono contestualizzare nell'ambito degli equilibri di Nash (Beautiful Mind). Il succo è che per cercare ed ottenere le altre torte bisogna avere fiducia nel futuro e che poi il contesto corrisponda effettivamente a questa fiducia. Insomma chi crede nel futuro rischia ma chi non crede nel futuro è perdente a priori.

Burocrazia, leggi e regole. Questi temi rappresentano un handicap formidabile per il nostro paese e spesso sono tanto inutili quanto dannosi. Da dove vengono? L'idea della burocrazia corrisponde alla pretesa di controllare che le cose si svolgano secondo certi criteri. Il fatto che in pratica i risultati siano molto modesti potrebbe portate a pensare di aumentare le leggi e la burocrazia per controllare meglio. Sarebbe un gravissimo errore anche se fatto in buona fede. Il problema è che la dinamica sociale, come quella economica ha forti elementi caotici (in senso tecnico, cioè è fortemente non lineare). Il controllo burocratico corrisponde ad una visione lineare di questa dinamica che è concettualmente inappropriata. Quindi per un vero miglioramento va cambiata culturalmente la natura dei controlli. L'unico modo concreto di controllare un sistema caotico è di avere un feedback rispetto al risultato che si vuole e seguire costantemente la dinamica. Definire con grande precisione le condizioni iniziali è quello che fa la nostra burocrazia ma questo è del tutto inefficace rispetto agli elementi caotici che corrispondono al luogo comune: fatta la legge trovato l'inganno. Migliorare culturalmente questa situazione ci darebbe una vita un po’ più gradevole ed un enorme vantaggio di competitività a costo circa zero.

Per l'economia della conoscenza i punti chiave sono l'educazione generale, dall'asilo all'università, poi la ricerca scientifica e il trasferimento tecnologico alle aziende, soprattutto alle aziende future. Questi non vanno visti come costi ma sono gli investimenti necessari per avere nuove risorse in futuro. La ricerca scientifica non è un lusso ma un elemento essenziale di questo processo, insieme al technology transfer. Quest'ultimo punto è particolarmente critico in Italia anche a causa della struttura industriale basata sulle PMI. Una maggiore collaborazione tra ricerca pubblica e aziende private rappresenta quindi un elemento strategico fondamentale.

Anche la transizione green e sustainability è fortemente dipendente dalle conoscenze scientifiche (mio commento). In questa prospettiva si ritiene essenziale mantenere la separazione del Ministero Università e Ricerca da quello dell'Istruzione. Un elemento fortemente penalizzante per il Comparto Ricerca è la sua inclusione nella PA. La separazione della Ricerca dalla PA darebbe un fortissimo impulso (a costo zero) in termini di efficienza e agilità al Comparto Ricerca.

Recentemente è stato introdotto un decreto che, motivato dalle intenzioni di mitigare il problema del precariato, nella sua attuale implementazione rappresenta un grave danno senza comunque risolvere il problema dei precari. I precari non vengono assunti ma diventano disoccupati. Una modifica di questo decreto in tempi brevi sarebbe fortemente auspicabile.

Centro Ricerche Enrico Fermi, Roma

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