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Una protesta diversa (e più forte) di quella del 2012

di Antonella Scott

3' di lettura

Ha colto di sorpresa tutti, forse anche lo stesso Vladimir Putin. Era iniziata in allegria, in una bella domenica di sole, rotolando dall'Estremo Oriente alla capitale. Una protesta simboleggiata da paperette di gomma e sneakers. Ma con al centro una parola che la rende esplosiva: corruzione.

Perché su un cartello, tenuto in mano da una signora di Mosca, sotto il disegno di un paio di scarpe da ginnastica verde fosforescente c’era scritto: i ladri devono finire in prigione. E questo tema, la lotta alla corruzione, ha il potenziale di trasformare le manifestazioni che domenica hanno dilagato in più di 80 città russe, toccando per la prima volta tutte le regioni del Paese da Khabarovsk fino a Kaliningrad, in un problema molto serio per il Cremlino.

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La rabbia per la corruzione della cerchia ristretta intorno a Vladimir Putin è la leva con cui Aleksey Navalny spera di lanciare una sfida credibile al presidente, nelle elezioni dell’anno prossimo, accreditandosi come il vero leader dell’opposizione con una popolarità che ha bisogno di consolidarsi anche al di là dei confini
della capitale.

All’inizio di marzo Navalny aveva pubblicato un documentario che punta a inchiodare il primo ministro russo, l’ex presidente Dmitrij Medvedev. Intitolato «Non chiamatelo Dimon», il video è frutto di mesi di ricerche da parte della Fondazione contro la corruzione che fa capo al blogger, che ha tracciato la rete di conoscenti, parenti e compagnie che stanno alla base del regno di Medvedev, un tesoro da più di un miliardo di dollari di cui fanno parte tenute in Russia e vigna in Toscana, la sua ultima passione, acquisti online (le famose Nike verdi) e casa per le anatre. Tutto questo, afferma Navalny nel video, è stato costruito a suon di vzjatki. Mazzette.

Molti si chiedono se le proteste di domenica hanno la forza per trasformarsi in una “rivoluzione colorata” simile a quelle avvenute in Ucraina o in Georgia, o se sono destinate a essere soffocate dal regime come le manifestazioni dell’inverno 2011-12. Una delle grandi differenze rispetto ad allora è la partecipazione dei giovani: i ventenni erano stati i grandi assenti, sei anni fa, mentre domenica si sono visti arrestare perfino dei ragazzi minorenni (oltre che giornalisti stranieri). I protagonisti di allora erano la classe media delusa dal processo elettorale, esclusa dalla gestione della
vita politica.

Oggi, il dito di Navalny puntato contro la corruzione della classe dirigente trova terreno fertile nelle regioni in cui la vita è più difficile, nelle famiglie provate da anni di sacrifici economici, costrette a “stringere la cinghia” proprio come Medvedev, con un’espressione infelice, aveva invitato a fare. «La stringa lei, la cinghia», era scritto su un cartello. La ripresa, debolissima, non ha fatto ancora in tempo a farsi sentire dalle fasce più povere: l’uscita dalla crisi economica è a due velocità, e così si riflette nei sondaggi sulla popolarità di Putin.

Malgrado questa resti molto elevata, è prevedibile che il presidente farà qualunque cosa per impedire che la rabbia delle paperette guasti la rincorsa alla rielezione, l’anno prossimo. Ma questa volta potrebbe risultargli più difficile. Come scrive Ben Aris su bne IntelliNews, «se ci sarà mai una rivoluzione, comincerà nelle regioni». Dove la condivisione delle notizie fatica ad arrivare, con la tv di Stato che continua spudoratamente a ignorare le proteste mentre segue in dettaglio l’eruzione di un vulcano in Kamchatka.

Ma su internet, il video di Navalny è stato seguito 7,4 milioni di volte, ed è con quello che il leader dell’opposizione ha dato inizio alla propria campagna elettorale: «Medvedev può rubare così tanto e così apertamente perché Putin fa lo stesso», denuncia il blogger, che entrando in tribunale ieri mattina ha detto: «Verrà il tempo in cui saremo anche noi a giudicarli. Solo, lo faremo onestamente».

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