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Una ragazza, una bici pieghevole, 11mila chilometri sulle Ande: il racconto di un’avventura

di Pierangelo Soldavini

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4' di lettura

A 27 anni aveva un posto fisso, faceva l'infermiera a Londra, con contratto a tempo indeterminato dopo tre anni di specializzazione in terapia intensiva, quello che per molti suoi coetanei è un sogno. Ma per Beatrice Filippini il sogno era un altro: attraversare il Sudamerica in bicicletta. E lo ha fatto, a modo suo.

Due anni fa, dal febbraio al novembre del 2017, ha pedalato per dieci mesi, da sola, salvo piccoli pezzi insieme a qualche compagno di strada casuale, attraversando il subcontinente da nord all'estremo sud, dalla punta settentrionale della Colombia fino a Puerto Williams, in Cile, laddove la strada più australe del mondo si interrompe, non molto distante da Capo Horn. Neanche in piano, ma lungo l'intera dorsale montuosa della Cordigliera delle Ande.

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Tanto per rendere tutto più semplice lo ha fatto con la bici che la accompagnava dai tempi dell'università, a Milano, che l'aveva seguita a Londra: una pieghevole rossa a tre marce e sei velocità, con una ruota da 16 pollici, con la quale si è inerpicata fino a 5.000 metri di altezza, sotto la neve. «Era dai tempi della laurea che volevo fare quel viaggio, poi sono andata a Londra, ho fatto tre anni in cui lavoravo e studiavo, senza pause – ricorda oggi Beatrice da Zurigo, dove è tornata a fare l'infermiera -: rischiavo di perdere l'opportunità, ero stanca, stavo perdendo il contatto con la realtà e con la natura. Quando ho deciso di partire mi sono detta che dovevo fare con quello che avevo, se no avrei perso di nuovo tempo e avrei rinviato all'infinito. Così ho preso la bicicletta che usavo ogni giorno e mi sono adeguata a quella».

Il suo viaggio è diventato un libro, “Pedalande. Alla ricerca del vero sapore delle fragole”, che viene presentato giovedì 9 maggio a Milano, alla Stazione della Biciclette, un'occasione per rivivere quell’avventura che più che un viaggio in bici, è «la storia di un viaggio nelle vite degli altri. Un viaggio interiore e attraverso la natura. Senza protezioni dalla pioggia, dal vento, dal caldo, dal freddo, dalla paura e dalla felicità. Per imparare a ricevere e lentamente a dare. A dare tutta l'energia che hai, in modo vero e reale. Per imparare a condividere il cibo, il tempo, una parola e un sorriso. Per re-imparare a fidarsi degli altri, degli istinti ma soprattutto della vita. È un viaggio per me, appena iniziato», come scrive nel libro in cui appare in copertina con un autoscatto nel deserto di sale in Bolivia dove sembra tenere in palmo di mano la sua compagna di viaggio, la pieghevole, che sembra ancora più piccola di quello che in realtà è.

Di momenti difficili ne ha avuti più d'uno, ma la sua determinazione ha saputo trasformare ogni difficoltà in una lezione. Come quando, dopo pochi giorni, è stata derubata dello zaino. Giunta a Medellin ha rimesso insieme il bagaglio, ma mettendoci il minimo indispensabile, perché aveva capito che lo aveva riempito fin troppo con roba inutile. O come quando è caduta da un ponte, vicino a Machu Picchu, si è fatta male e ha perso buona parte del cibo che aveva con sé: da quel giorno ha deciso che era inutile accumulare alimenti e che avrebbe condiviso il cibo avanzato con gli altri.

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«Ho capito sulla strada che più dai, più ricevi. In realtà in Sudamerica non mi sono mai sentita sola, ho incontrato ogni giorno persone splendide, accoglienza e calore umano: mi hanno fatto capire che le persone vere meno hanno e più danno». Lezioni di vita che Beatrice ha portato con sé.

Il racconto di questo viaggio è stato finito di stampare neanche un mese fa. Tutti i proventi delle vendite dei libri, al netto delle spese sostenute, saranno devoluti all'associazione “La Gomena ODV” per la realizzazione di una casa di accoglienza a Kiev (Ucraina) aperta a tutti: bambini, handicappati, profughi, poveri e emarginati della città.

Ora Beatrice è tornata a fare l'infermiera, all'ospedale universitario di Zurigo. Adesso abita vicino al posto di lavoro e di solito ci va a piedi. Ma appena può risalta in sella alla stessa pieghevole, fedele amica di sempre.

Perché le pieghevoli sono un po' una scelta di vita, un segmento forse ancora marginale rispetto al mercato complessivo delle due ruote, anche per i costi elevati rispetto alle due ruote tradizionali, ma che ha ormai fatto breccia anche nella grande distribuzione di articoli sportivi. Ma che offre vantaggi indubbi. In primo luogo è uno strumento ideale per la mobilità urbana, in chiave intermodale. Non ha bisogno di autorizzazioni per salire e scendere dai mezzi pubblici, si ripiega in versione valigia, da 60 per 60 cm, più o meno. Una volta arrivati a destinazione, si impacchetta di nuovo e si porta direttamente in ufficio o dove si vuole, mettendoci al riparo dei furti da strada. È dedicata alla folding bike la giornata intera dell’11 maggio, sempre alla Stazione delle Biciclette a Milano, per capire trucchi e segreti della pieghevole, ma soprattutto provarla.

Rimane il limite delle ruote piccole, da 16 e 20 pollici al massimo, che possono creare qualche difficoltà su strade non proprio pianeggianti. Ora vengono in aiuto anche le pieghevoli a pedalata assistita, che alleviano il carico. Ma con forza di volontà e una buona dose di incoscienza, con una pieghevole si può anche arrivare in cima alle montagne. Come ha dimostrato Beatrice.

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