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Una riflessione seria per continuare a essere una terra di speranza

di Salvatore Carrubba

3' di lettura

La storia si ripete? Oltre 2600 anni fa iniziarono i primi tentativi di invadere il continente europeo, allora erano i Persiani, Roma ebbe problemi con i Parti, Costantinopoli infine, con i Turchi, e fino alla fine della 1° guerra mondiale i turchi occuparono parte dell’Europa orientale. Ora di nuovo ci sentiamo attaccati, ma questa volta non c’è un esercito guidato da Solimano il Magnifico sotto le mura di Vienna, ora abbiamo di fronte dei fanatici isolati e determinati, che ci possono colpire ovunque, e si badi non attaccano luoghi “sensibili” ma luoghi di spensieratezza, bar, ritrovi, lungo le “passeggiate”, e questi come si fermano? Come si possono integrare? L’ultimo caso, è emblematico, era nato in Inghilterra, non era una vittima di guerra, non ha vissuto in Siria o in Libia o in Nigeria e in Sudan, viveva in un mondo che noi consideriamo democratico, dove in tanti hanno la possibilità di far valere la propria intelligenza o bravura. Chissà forse un giorno vedremo un mondo senza violenza. Sarà dura ma perché non deve essere un obiettivo comune un mondo per tutti?
Lettera firmata

L’obiettivo è nobile, ma utopistico, perché sono in molti (singoli, governi ed entità varie) che la violenza la praticano con convinzione come strumento per raggiungere i propri disegni: dai mafiosi ai terroristi. La politica è stata inventata proprio per evitare che le comunità potessero essere tenute insieme senza far prevalere la legge del più forte.
Oggi, i fanatici (aggiungo per precisione: i fondamentalisti islamici) agiscono in maniera imprevedibile e quindi tale da disorientare ancora di più l’opinione pubblica: quando si è in guerra, si sa chi è il nemico e ci si organizza per quando cominceranno gli attacchi; oggi, il nemico è indefinibile e l’attacco può arrivare quando e dove meno te l’aspetti. Sarei prudente sul’”isolamento” dei fanatici; anche dopo Manchester sta emergendo che non si è trattato di un matto isolato: del resto, i matti ci sono sempre stati; e l’emarginazione, se fosse quella la causa scatenante del terrorismo, pure. Allora, perché solo adesso questa escalation del terrore?
Probabilmente, non sono quelle le cause. Dobbiamo prendere atto che ci sono fasce di fondamentalisti che hanno dichiarato un’autentica guerra di religione, che poco ha a che fare con la follia individuale e con le condizioni sociali. Le rivendicazioni non fanno mai riferimento alla povertà e all’emarginazione, ma al nostro modello di vita e di società. E infatti i terroristi colpiscono i simboli di quella che ai terroristi appare come una civiltà secolarizzata ed edonista: un giornale satirico, un raduno musicale, una passeggiata sul mare, un museo.
Sulle strategie da seguire brancoliamo. Più o meno, le idee di fondo ci sono: a livello internazionale, annichilire le centrali del terrorismo; ai livelli nazionali, ripensare le fallimentari politiche multiculturali, fautrici - quelle sì - di ghetti e chiusure; educare alla condivisione di princìpi che sono basilari per le nostre società e che dunque non possono essere messe in discussione da chi vuole vivere in queste comunità; controllare i messaggi che vengono diffusi attraverso i luoghi di preghiera (oggi, un parroco che nella predica si scagliasse, faccio un esempio, contro i gay sarebbe rimosso in quattro e quattr’otto; mentre se in un luogo di preghiera islamica si incita alla violenza, nessuno se ne accorge); corresponsabilizzare le comunità per isolare i violenti e i fanatici. Ma le politiche per raggiungere tali obiettivi non sono poi facili da definire e perseguire; soprattutto, molti tabù culturali sono duri a morire: troppo spesso, ancora, il tema della sicurezza viene derubricato a ubbia di vecchi scontrosi e ci si rifiuta di riconoscere la natura stessa della guerra a grappolo che ci è stata dichiarata. È urgente fermarsi a riflettere (e poi agire), se vogliamo difendere il modello di democrazia liberale che ci è caro e tutelare la convivenza coi tanti stranieri e islamici per i quali siamo stati e rimaniamo rifugio e speranza di avvenire.

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