Opinioni

Una riforma fiscale vera richiede tempo, risorse, visione e coesione

di Salvatore Padula

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(ANSA)


5' di lettura

La pandemia sembrava aver frenato le promesse della politica di riordinare, semplificare e alleggerire il fisco. Poi, un po’ a sorpresa, a margine degli Stati generali voluti dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, si è nuovamente tornati a parlarne.

Un taglio dell’Iva, ancorché con un’operazione a tempo per provare a rilanciare i consumi; ovvero, un piano per correggere i sempre più evidenti difetti dell’Irpef, a vantaggio del cento medio e delle famiglie, con l’obiettivo di rafforzare il percorso avviato con l’ultima legge di Bilancio (di fatto, l’estensione del bonus Renzi per i redditi fino a 40mila euro, che scatta proprio a partire da domani, 1° luglio).

Mentre Governo e maggioranza riflettono – non proprio all’unisono, peraltro – su possibili riduzioni dell’Iva e/o rimodulazioni dell’Irpef, dal governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, è però arrivato nuovamente l’invito a un impegno per una «riforma molto ampia del fisco». Una riforma che muova da «una visione complessiva» del sistema e che esca dalla logica, oggi prevalente tra le forze politiche, dei cambiamenti estemporanei, «imposta per imposta».

Di sicuro, la pandemia e i suoi devastanti effetti sul tessuto economico rendono ancor più manifeste le carenze del sistema. E, anzi, tendono ad accentuarle, considerato che la legislazione confusa di questi ultimi mesi dettata dall’emergenza Covid (e così probabilmente sarà anche per quella in arrivo), è piombata su una struttura di regole già logora e che appare ancor più compromessa.

È significativo che Visco abbia sottolineato come l’emergenza legata al virus non possa trasformarsi in un alibi per “non fare” e che, al contrario, sia proprio la crisi prodotta dal Covid a richiedere un piano fiscale di ampio respiro, «ben costruito», un «programma per il futuro» del Paese. Impossibile non condividere.

Intanto, la «revisione complessiva del sistema fiscale» è citata nel contesto delle priorità della bozza del Programma nazionale di riforma (Pnr), il documento che definisce le misure che il governo si impegna ad adottare per raggiungere gli obiettivi di crescita. L’attenzione, in effetti, sembra rivolta alla fase-2 delle misure sul cuneo fiscale (il rafforzamento del bonus Renzi, cui si è fatto cenno sopra), con l’obiettivo di ridurre «la pressione fiscale sui ceti medi e le famiglie con figli e accelerare la transizione del sistema economico verso una maggiore sostenibilità ambientale e sociale».

Non è poco, ma – diciamolo – una riforma fiscale è un’altra cosa. Che è necessaria. Ma che per diventare credibile ha bisogno di alcuni presupposti che nella fase attuale non si vedono, almeno non ancora o non ancora chiaramente.

Quale fisco si vuole costruire? Quali sono gli obiettivi? Qual è il progetto? Da qui si deve partire e per questo, da oggi e per i prossimi giorni, Il Sole 24 Ore ospiterà interventi autorevoli per contribuire a questa riflessione.

Per quanto sembri incredibile (!), una riforma complessiva richiede un progetto, un piano, una visione. Occorre capire che la leva fiscale deve diventare uno dei tasselli – insieme a una burocrazia non opprimente, al buon funzionamento della giustizia, alla capacità di innovazione, all’istruzione e alla formazione, alla ricerca, alla all’efficienza del sistema creditizio, all’aumento degli investimenti pubblici e privati – per rendere la nostra economia più dinamica, meno esposta alle furie congiunturali (e dei virus), più attenta al lavoro e all’impresa. Una strategia per modernizzare il Paese, in uno scenario che resta globalizzato e che richiede un’elevatissima capacità di adeguamento tecnologico. Naturalmente, senza perdere di vista il tema della redistribuzione del reddito, per proteggere le famiglie, per sostenere i più deboli e per approdare a una equità reale e non solo di facciata.

Semplificazioni; testi unici; erosione della base imponibile; tax expenditures; tassazione dei piccoli contribuenti; multinazionali, del web e non; rapporto amministrazione-cittadini; sistema sanzionatorio; contrasto dell’evasione: è un elenco arido, che tuttavia segnala almeno in parte quanto profondo dovrebbe il disegno di riordino-riscrittura delle regole. Non c’è un ambito, tra quelli citati, dove la situazione attuale sia sostenibile e neppure accettabile.

Una “vera” riforma fiscale richiede poi risorse finanziarie. Certo, si potrebbe sostenere che ripensare dalle fondamenta il sistema non necessariamente equivalga a ridurre il livello del prelievo. Ma non è così. Almeno non più. Lavoro e imprese non possono reggere livelli così elevati di peso di tasse e balzelli. Il nostro Paese ha bisogno di un sistema meno cavilloso e meno bizantino, ma ha anche bisogno di un sistema meno avido. La pressione fiscale reale (cioè al netto del sommerso) sfiora il 50 per cento. Con il paradosso che qualcuno (non pochissimi, in realtà) riesce a pagare meno del dovuto e moltissimi altri sono costretti a sopportare il peso della disonestà dei primi. Senza dire che ci muoviamo in un contesto di grande competizione fiscale, (con eccessi da stroncare all’interno dell’Unione, vedi Irlanda, Paesi Bassi e Lussemburgo), e mostriamo una pressione fiscale decisamente elevata rispetto a tutti i Paesi con sistemi simili al nostro. Certo, una parte delle risorse potrebbe arrivare da razionalizzazioni e riequilibri di tassazione, ma servirebbe ben altro per dare ossigeno vero alle famiglie, ai lavoratori, alle imprese.

Domanda: quali risorse – senza fantasticare inutilmente sull’uso dei fondi europei che ad altro sono destinati – si possono realisticamente trovare per un’operazione efficace di riordino del sistema con riduzione del prelievo? Se guardiamo al recente passato, possiamo capire quali siano le difficoltà oggettive: riordinare le spese fiscali è finora stato impossibile. E lasciamo stare le spending review, tutte più o meno naufragate. Qualcosa arriverebbe da un più efficiente contrasto dell’evasione? Anche, qui meglio non farsi illusioni.

Infine, una riforma fiscale richiede una prospettiva politica di medio termine. Bisogna elaborare il progetto, farlo approvare, lavorare ai decreti attuativi ecc ecc. Probabilmente, bisogna anche accettare l’idea di procedere per moduli successivi (coerenti), visto che difficilmente si potrà fare tutto in una soluzione. In più, è necessario che nelle scelte fondamentali ci sia una visione comune, almeno tra i partiti che sostengono il governo. A dirla tutta, un certo grado di condivisione della “direzione di marcia” sarebbe auspicabile anche tra maggioranza e opposizione, per evitare quel che anche in passato è puntualmente successo, e cioè il gioco a smontare ciò che aveva fatto il governo precedente. Per essere chiari: che fine farebbe la “nuova Irpef” dell’attuale governo di fronte a un eventuale successo elettorale del Centro-destra, da sempre grande simpatizzante della flat tax all’italiana?

Insomma, una riforma fiscale è una cosa seria. Che non si improvvisa. Che non si usa per tirarne fuori slogan da campagna elettorale. Che richiede tempi adeguati. Che impone una condivisione degli obiettivi. Che sollecita un adeguato confronto tra politica, parti sociali, accademici e tecnici-esperti. E che apre anche a una riflessione sul ruolo dello Stato, sui servizi da garantire ai cittadini e sulla loro qualità.

Il governo può decidere di tagliare le tasse, se sa come farlo e se trova le risorse. Ma non si possono travestire questi interventi – certamente opportuni e necessari, come nel caso dell’Irpef per le persone o dell’Irap per le imprese – con progetti di portata epocale. Una riforma fiscale è necessaria. Ma una riforma solo annunciata, lasciata incompiuta o pasticciata è peggio di nessuna riforma.

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