Interventi

Una sana politica industriale Ue e la revisione di industria 4.0

di Fabrizio Onida

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(Cultura Creative)


3' di lettura

Nell’articolo «Cinque mosse per un Mise al passo coi tempi» (Il Sole 24 Ore, 6 dicembre 2019) il sottosegretario allo Sviluppo economico, Gian Paolo Manzella, propone autorevolmente di rilanciare il ruolo del suo ministero, in raccordo con altri ministeri e altri soggetti pubblici (regioni, Cdp, Invitalia), per andare oltre la gestione dei numerosi tavoli di crisi aziendali. Chiede di riscoprire un «ruolo di sintesi e indirizzo che sottragga la politica industriale alle canne d’organo e ai loro conseguenti esiti rapsodici» e a tale scopo auspica «una strategia industriale che individui i settori e le filiere del nostro futuro (...) che ci leghi alla politica industriale europea, che racconti l’Italia seconda manifattura d’Europa».

Il richiamo del sottosegretario Manzella è pienamente condivisibile, anche se non mancheranno strali degli economisti ideologicamente liberisti, che ritengono improponibile ogni rilancio di una politica industriale mission oriented, perché siamo un Paese macchiato dai fallimenti dei “piani settoriali” degli anni 70, dalle degenerazioni dei boiardi di Stato che hanno segnato il tramonto inglorioso delle partecipazioni statali. E perché i politici di turno sono cronicamente incapaci di raccordarsi con la migliore classe dirigente per disegnare, non solo a parole, la spesso sbandierata partnership pubblico-privato per promuovere la competitività tecnologica e organizzativa del Paese.

Ma se abbandoniamo le ideologie non dobbiamo perdere la fiducia nella possibilità di cambiare in meglio la storia della nostra politica industriale. Il sottosegretario Manzella dovrebbe sollecitare il suo ministro Stefano Patuanelli e l’intero governo a imporre un coraggioso tagliando all’importante programma Industria (Impresa) 4.0. Non certo per smontare l’intera architettura disegnata dall’allora ministro Carlo Calenda, che lentamente sta prendendo forma nell’intreccio tra digital innovation hub (sul territorio) e rete nazionale di competence centre (misto di Università, centri di ricerca e imprese innovative). Ma possiamo evitare che la cosiddetta “neutralità tecnologica” dello Stato, in nome della quale Calenda ha puntato su incentivi fiscali automatici rigorosamente “orizzontali” (nessun meccanismo a bando), si traduca soltanto in distribuzione a pioggia di benefici di modesta entità («esiti rapsodici») sulla platea estremamente frammentata che caratterizza il nostro apparato produttivo.

Come fare? Occorre combinare i vantaggi di incentivi fiscali orizzontali, esenti da pesanti e talora arbitrarie procedure a bando ministeriale, con l’obiettivo di promuovere la ricerca cooperativa “pre-competitiva” tra imprese di ogni dimensione su progetti di avanzamento tecnologico che richiedono massa critica di capitale umano e attrezzature. Progetti che per la loro rischiosità e il loro orizzonte temporale lungo richiedono una decisa iniezione di aiuti di Stato per motivare il coinvolgimento dei soggetti privati. Numerosi studi e verifiche empiriche condotte in diversi Paesi confermano che una forte interconnessione tra imprese e centri di ricerca applicata è fattore decisivo per accrescere produttività e innovazione competitiva delle imprese individuali. Disponiamo già a casa nostra di esperienze collaudate in materia, che fanno capo a Università e centri di ricerca non accademica, come politecnici e dipartimenti di ingegneria e scienze di Milano, Torino, Genova, Trento, Bari, l’Iit di Genova, la Scuola Sant’Anna di Pisa e altri ancora.

Non serve scomodare ambiziosi disegni di programmazione industriale, pericolosi esercizi di colbertismo che scatenano appetiti della peggiore burocrazia legata ai partiti. Sull’esempio dei grandi programmi in altri Paesi europei, e sulla scia dei nascenti Importanti progetti di comune interesse europeo (Ipcei), basta che il governo dia mandato a un piccolo numero di consorzi di imprese leader e centri di ricerca per elaborare programmi di respiro pluriennale a partecipazione volontaria, guidati da esperti nominati dal Mise ma scelti dagli stessi partecipanti protagonisti del mercato, con periodiche verifiche dei risultati intermedi e con esplicito impegno delle singole imprese partecipanti a integrare le risorse pubbliche con investimento di risorse proprie.

Un’occasione interessante per l’Italia è l’imminente lancio di un Ipcei sulle batterie elettriche, settore oggi dominato da Cina, Giappone, Corea ma su cui sono impegnati i maggiori gruppi automobilistici europei (Fca alla pari con Vw, Daimler, Bmw e Fca, connessi entro una European Battery Alliance). Si stima che questo settore arrivi a pesare fino al 40% del costo totale dei veicoli elettrici (Financial Times, 2 dicembre 2019). Al di là dell’inevitabile incertezza sulle future tecnologie (tra cui i veicoli a idrogeno), il paradigma dell’auto elettrica dominerà per alcuni decenni la competizione globale a cui l’Italia non può sottrarsi.

La commissaria europea Margrethe Vestager, venuta alla ribalta per la controversa bocciatura della fusione intra-europea Siemens-Alstom nell’alta velocità, si è sbilanciata ad auspicare il sostegno finanziario pubblico allo «sviluppo di catene-chiave del valore in tecnologie di importanza strategica per l’Europa». Oltre la politica della concorrenza a difesa del consumatore, in Europa come in Italia, si può quindi tornare a parlare di una sana politica industriale europea.

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