ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùIl centro sinistra dopo il voto

Una sconfitta utile ma solo a patto di indagarne le cause

Quando una competizione si chiude, c’è un vincitore e ci sono dei vinti

di Giovanna De Minico

(ANSA)

3' di lettura

Quando una competizione si chiude, c’è un vincitore e ci sono dei vinti. Se questa è la regola delle gare sportive e di quelle economiche su piazze reali e virtuali, la stessa stenta ad affermarsi quando i concorrenti si contendono gli scranni in Parlamento. Concluso lo spoglio, il vincitore canta vittoria, ma anche gli sconfitti, il Pd, M5S e terzo polo, per motivi diversi si mostrano contenti.

Analizziamo i motivi della soddisfazione di aver perso.

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Partiamo dai nuovi entranti. La coppia Renzi-Calenda ha riportato il 7,79% dei consensi, che per le distorsioni del maggioritario si è ridotto al 5% dei seggi in Parlamento. Cerchiamo di capire cosa li ha spinti a rifiutare la proposta di Letta di stare insieme almeno per il tempo necessario alla campagna elettorale. Speravano di raggiungere un risultato a due cifre, ma il popolo non ha premiato l’entusiasmo dei neofiti, destinati a occupare un posto marginale in seno all’opposizione. Quindi, non hanno motivo di giubilo.

Quanto ai M5S, il loro consenso si è dimezzato rispetto al 2018 dal 33% al 15 per cento. Eppure, Conte è felice perché rispetto alle previsioni di voto che li davano in caduta libera, è sì caduto, ma all’impiedi. Non vedo motivi di gioia, soprattutto se si considera che il Movimento pur di essere votato ha promesso al Sud prestazioni, che, come opposizione, non potrà dare: reddito e salario minimo.

Infine, il Pd: nelle dichiarazioni ufficiali il partito fa notare di aver riportato uno 0,5% in più rispetto al 2018. Questo ragionamento trascura un fatto: in un sistema elettorale con torsione maggioritaria, il Rosatellum, vince le elezioni chi ha i numeri per governare. Ebbene, questi numeri il Pd non li ha. A questo punto la sinistra spende l’argomento ipotetico: se fosse riuscita ad aggregare M5S e persino la riottosa ditta Renzi-Calenda, si sarebbe allineata o addirittura avrebbe superato il centro-destra.

Tre motivi rendono questo ragionamento inaccettabile.

1 La politica è la scienza del reale, non di ciò che poteva essere, ma non è stato. Senza considerare
che non vi è certezza che se i tre si fossero presentati legati da un unico cartello elettorale, i voti delle rispettive forze sarebbero
stati pari all’addizione dei tre addendi, perché gli elettori avrebbero potuto non gradire la nuova veste.

2 I sistemi maggioritari promettono stabilità governative, che si rivelano incapaci di durare nel tempo, e alleanze elettorali, esposte a facili dissoluzioni. Del resto, la storia degli ultimi mesi dell’esecutivo Draghi testimonia un accordo di governo turbolento, che alla fine non ha retto ai capricci del M5S, e a nulla ha potuto la strenua difesa del Pd. Quindi, quale accordo i due contendenti avrebbero potuto concludere, una volta raccolto il voto degli elettori, ammesso che qualcuno avesse creduto alla loro idilliaca unione?

3 Se un partito vinto addebita la causa della sua sconfitta ad alleanze virtuali non concluse, lo fa solo per sottrarsi all’autoanalisi, necessaria per capire le responsabilità. Quali? Non si possono chiedere i voti alle classi deboli, se si è fatta una politica conforme ai desiderata delle classi medio-alte; se si sono preferite le alte battaglie sui diritti civili all’attuazione quotidiana dei diritti sociali, affidati all’esclusivo patronato dei M5S. Non si può criticare ex post un sistema elettorale che sacrifica la rappresentatività – vuoi per la riduzione del numero dei parlamentari, vuoi per la riserva di seggi al maggioritario – se chi critica ha contribuito al sacrificio. Non è contestabile con serietà il presidenzialismo di destra, se per decenni il contestatore ha imbalsamato il parlamento con i ripetuti tentativi di riformarlo nel premierato forte o di indebolirlo con leggi elettorali tendenzialmente maggioritarie, lì dove avrebbe potuto spendere queste energie
per rianimare l’Assemblea popolare.

Speriamo che il tempo che il centro-sinistra dovrà trascorrere seduto all’opposizione sia un tempo di riflessione sull’identità politica, sul se e come riscaldare la fusione a freddo tra l’anima post-comunista e quella moderata-riformista, e non di nostalgico rimpianto per alleanze mai concluse. Dagli errori si può imparare, se si vuole.

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