SVILUPPO & TERRITORI

Una seria politica industriale per crescere

di Paolo Becchi


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5' di lettura


Il caso dell’ex-Ilva di Taranto, qualunque ne sia l'esito in relazione alle “pezze” che il governo vorrà prossimamente approntare, è emblematico e dimostra, ancora una volta, come in questo Paese manchi, per la verità ormai da decenni, una seria politica industriale.
Ne è la riprova la decadenza nelle nostre Università dell'insegnamento del diritto industriale; in molte Università abbiamo ormai corsi di teoria del gender, mentre la disciplina del diritto industriale sarebbe completamente da rilanciare, con l’avvento della nuova rivoluzione industriale (automazione, robotica, intelligenza artificiale). Ma anche sui settori tradizionali è importante soffermarsi. Spesso si richiama l’attenzione in Italia sulle piccole e medie imprese, e nessuno vuol certo negare la loro importanza nel nostro sistema produttivo, ma ciò che fa la differenza sono i grandi settori strategici, come la siderurgia, la chimica, l’energia etc.

Il ruolo dell’energia

In un’economia questi settori svolgono normalmente due funzioni principali. In primo luogo, producendo beni di base consentono alle esportazioni del Paese di preservare la competitività sui mercati internazionali. La produzione di acciaio, in particolare, è stata ed è ancora oggi una componente essenziale dello sviluppo di un'economia manifatturiera come la nostra. Nell’immediato secondo dopoguerra la Democrazia cristiana comprese che bisognava creare un sistema di aziende pubbliche capaci di fornire alle imprese private energia, acciaio e servizi a bassissimo costo, in modo da sostenere in modo adeguato la concorrenza sui mercati. Sulla base di questo intervento pubblico nell'economia si affermò il miracolo italiano e tutto ciò all’Italia non fu perdonato (da Mattei a Tangentopoli, passando per l'assassinio di Aldo Moro). L'energia è un altro importante settore strategico: per le imprese italiane il costo dell'energia elettrica è sensibilmente superiore che per paesi vicini, come Francia e Svizzera. Ciò per l'assenza di una seria ed efficace politica energetica.

Ricerca & sviluppo
In secondo luogo, è nelle grandi imprese che si fa ricerca e si promuove l’introduzione nel sistema produttivo innovazioni di processo. Le piccole imprese, in genere, dato l’elevato rischio di insuccessi che essa comporta, dedicano un budget limitato alla ricerca soprattutto se, come la maggior parte delle piccole imprese italiane, producono beni tradizionali (abbigliamento, calzature, pellame, ecc.). A questa deficienza non può supplire la ricerca fatta nelle Università o in centri di ricerca. La contenuta spesa del nostro Paese nella ricerca è sicuramente una delle cause della bassa crescita della produttività. D’altro lato, una bassa crescita della produttività implica una bassa crescita del Pil e dell’occupazione.
Da diversi anni la visione strategica e la grande cultura industriale dei decenni della ricostruzione post-bellica sono andate praticamente perdute. Da anni la politica industriale del Paese si concentra esclusivamente su forme di salvataggio di imprese al collasso. Tale atteggiamento è frutto di un pregiudizio ideologico per il quale per salvaguardare i posti di lavoro occorre impedire ad ogni costo il fallimento di un’impresa anche se improduttiva. Eppure è noto che in una fase di globalizzazione la struttura delle economie cambia con elevata rapidità data la forte concorrenza nel mercato mondiale.

Manca una strategia complessiva

In assenza di una strategia complessiva si vive alla giornata subendo gli eventi invece di governarli, in un susseguirsi di emergenze.
Vediamo l’attuale governo, soprattutto ahimè per la volontà del M5S, inserire nel Decreto crescita una norma che abroga il cosiddetto scudo penale per le società che ora operano nelle aree tarantine dell’ex-Ilva. L’immunità per proprietari e amministratori (in riferimento al piano ambientale) è limitata al prossimo 6 settembre. Il M5S interpreta al meglio le emozioni, spesso irrazionali, della gente. Ma per fare impresa in un Paese è necessario che siano garantiti i diritti di proprietà nel tempo. Da questa premessa parte qualsiasi politica ambientale. Essa non può essere l’esito di sussulti emotivi che finiscono per attribuire la soluzione del problema alla magistratura. Un imprenditore può affrontare la spesa in impianti moderni e non inquinanti solo se sa con certezza che potrà operare per un arco di tempo necessario per l'ammortamento di quella spesa. Se opera in un contesto incerto e in mutamento continuo, preferisce dare alle sue scelte un orizzonte temporale limitato e non intraprendere investimenti di lungo periodo.

I piani ambientali

Un piano ambientale efficace è indubbiamente necessario, ma un’operazione del genere è assai complessa e va affrontata politicamente, non abdicando, come al solito, all’intervento della magistratura. Per intervento di essa la famiglia Riva fu costretta a vendere la fabbrica, a patteggiare per oltre 1 miliardo di euro e ora Fabio Riva è stato assolto dalla accusa di bancarotta, addirittura con la formula “il fatto non sussiste”. Il fatto non sussiste e intanto l’acciaieria di una azienda italiana è stata venduta ad una nuova proprietà franco-indiana (ArcerolMittal) che ora minaccia di andarsene se sarà tolto lo scudo penale. Si comprende: non vogliono fare la fine dei Riva.

Se si perde l’ex-Ilva

Rischiare di perdere l’ex-Ilva significa davvero far scomparire l’industria dell'acciaio in Italia, distruggendo tra l’altro un patrimonio di competenze tecniche ed ingegneristiche notevoli. E mettendo a repentaglio solo a Taranto 11mila posti di lavoro.
È sciocco pensare, come fa M5S, che la salvaguardia della salute derivi dalla deindustrializzazione del Paese. L’esperienza mostra che la speranza di vita aumenta al crescere del reddito. La deindustrializzazione, determinando una caduta del reddito pro capite, inciderebbe negativamente sul livello della salute degli italiani e sulla loro speranza di vita.

La politica indistriale favorisce gli investimenti
Occorre, pertanto, pensare una politica ambientale compatibile con la preservazione dell’apparato industriale e, quindi, anche con l’industria di base. Il successo della Germania in questo campo è un esempio della possibilità di questo percorso. Una seria politica industriale favorisce gli investimenti privati e la crescita non solo attraverso la tutela dei diritti di proprietà e la salvaguardia dell'industria strategica, ma anche attraverso massicci investimenti pubblici nelle infrastrutture.
Se, perlomeno in termini di politica industriale, la decrescita felice pentastellata è un errore, anche la flat tax, non accompagnata da scelte di investimento, ha scarso peso.
Negli Stati uniti di Trump gli alleggerimenti fiscali (non la flat tax) insieme alla spesa pubblica funzionano perché sostengono, appunto, gli investimenti. Certo, Trump dispone della sovranità monetaria, che noi non abbiamo, e questa, purtroppo, è un'altra storia, ma non possiamo stare con le mani in mano. È tempo di pensare a un piano di investimenti pubblici atti a stimolare la crescita. Bisogna verificare tutte le possibilità per reperire realisticamente delle risorse destinate a tale scopo, magari anche attraverso la Cassa Depositi e Prestiti. Nel frattempo, tuttavia, occorre spendere le molte risorse per investimenti pubblici non impegnate. A tale scopo occorre snellire le procedure delle gare, rivedere il Codice degli appalti, creare incentivi, e non disincentivi, al buon operare della burocrazia pubblica. Questo è il compito della politica.
La pianificazione degli investimenti pubblici deve mirare non solo a incrementare i consumi privati (il che è positivo), ma anche i consumi sociali, la creazione di infrastrutture utili alla collettività. C’è l’esigenza di investimenti con una forte ricaduta sociale e che favoriscano anche settori innovativi. Per l’Italia andrebbe anzitutto predisposto un piano di lavori pubblici per la difesa del territorio, martoriato da anni di speculazioni e incuria. Basti pesa a quello che è successo con il Ponte Morandi a Genova un anno fa. Un altro campo d’intervento dovrebbe essere quello infrastrutturale con grande valenza sociale (costruzione di scuole, ospedali, collegamenti,ecc.).
Stiamo vivendo al di sotto e non al di sopra delle nostre possibilità. Come ha ribadito, più volte Paolo Savona se potessimo spendere l’avanzo della bilancia dei pagamenti, avremmo risorse sufficienti per un’autentica politica di sviluppo economico.

Professore ordinario di Filosofia del Diritto presso l'Università di Genova

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