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Una sfida da Serie A: ristrutturare la legge-stadi

Joe Barone (Dg Fiorentina): «Una nuova disciplina sull’impiantistica per aumentare i ricavi e attrarre investitori»

di Marco Bellinazzo

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Joe Barone (Dg Fiorentina): «Una nuova disciplina sull’impiantistica per aumentare i ricavi e attrarre investitori»


4' di lettura

«Sono cambiate due cose fondamentali negli ultimi 10 anni nel calcio italiano: ci sono 5 proprietà straniere; grazie alle “piattaforme personali”, ogni tifoso ha acquisito una voce più forte e deve essere ascoltato. Di questo tutti devono tener conto». Joe Barone, direttore generale della Fiorentina e braccio destro “calcistico” di Rocco Commisso, conclude con questa riflessione il colloquio con «Il Sole 24 Ore». Nell’ora precedente, invece, il dirigente italo-americano originario di Pozzallo (Ragusa) ha avuto modo di sottolineare ciò che non è cambiato nel calcio tricolore negli ultimi anni a cominciare dal parco infrastrutture (tolta qualche lodevole eccezione).

Barone, in questa delicatissima fase in cui la Serie A è chiamata a guidare la “resistenza” sportiva alle ricadute economiche e finanziarie della pandemia , ha assunto all’interno della Lega l’iniziativa di promuovere il comitato “stadi”. Un gruppo che ha il compito di suggerire le modifiche necessarie a migliorare la legge sugli stadi (la n. 147 del 2013 poi corretta nel 2017 con il Dl n. 50 e la legge di conversione n. 96). Una disciplina che avrebbe dovuto facilitare l’iter di autorizzazione per la costruzione e/o ristrutturazione di nuovi impianti, dando tempi certi, ma che all’atto pratico si è dimostrata inefficace.

In questa attività, il dg viola sta mettendo la stessa energia, la passione e la voglia di cambiamento che stanno caratterizzando l’avventura italiana di Commisso. Il patron di Mediacom, sbarcato nell’estate 2019 in Italia, ha già speso per la Fiorentina 350 milioni, investendo tra le altre cose 70 milioni nel nuovo centro sportivo di Bagno a Ripoli («abbiamo trovato un’amministrazione comunale e un sindaco super disponibile», osserva Barone). Un ulteriore mega-investimento sullo stadio, invece, per ora non ci sarà. La Fiorentina, infatti, dopo aver dialogato a lungo con il Comune di Firenze non ha partecipato al bando per l’area Mercafir («avremmo dovuto fare un’asta contro noi stessi»), scontrandosi con tutte quelle rigidità e sclerotizzazioni burocratiche che, nonostante la buona volontà di molti amministratori pubblici, impediscono il rinnovamento di impianti di proprietà comunale che hanno ormai raggiunto un’età media di circa 70 anni e producono introiti annuali complessivi per la serie A di circa 300 milioni. Significa che mediamente ogni società italiana ottiene dallo stadio meno della metà di quelle inglesi, spagnole e tedesche.

«Se non si fanno gli stadi per aumentare le entrate la Messa è finita», chiarisce provocatoriamente Barone. «Deve essere chiaro a tutti che questa è la partita decisiva. I club operano con margini netti molto stretti, per cui o aumentano i ricavi da stadio e game-day e dall’area commerciale oppure saranno sempre meno competitivi e sempre meno attrattivi per gli investitori stranieri. Serve progettualità e capire che gli stadi moderni oggi servono ai club ma anche a riqualificare quartieri o aree cittadine che altrimenti rischiano di essere abbandonate». Di vincoli storico-architettonici le città e con esse gli impianti possono ammalarsi e perire. «Pensi allo stato in cui versa oggi il Flaminio a Roma. È quello che potrebbe succedere al Franchi se noi andassimo a fare lo stadio altrove. Ma è il problema che hanno tante strutture in Italia».

La task force fortemente voluta, tra gli altri, da Barone vuole aiutare a innalzare in modo graduale, come peraltro prescrive la Uefa, gli standard di qualità delle strutture, dagli stadi ai centri sportivi, per chi ambisce a disputare la Serie A. È indispensabile una riscrittura della legge sugli stadi. Al lavoro tecnico partecipa attivamente Giulio Napolitano con lo studio legale Chiomenti. Tra gli obiettivi della riforma c’è, per esempio, quello di rendere la Conferenza dei servizi un organo davvero capace di esprimere in tempi certi una decisione in deroga, rilasciando tutte le autorizzazioni del caso e consentendo al club di usare al meglio impianto e aree contigue - dai naming rights ai servizi commerciali e terziari a favore della comunità - senza dover richiedere ulteriori permessi e sprecare anni preziosi, come accaduto all’Udinese per il Friuli. Si punta poi a limitare il peso della “presunzione del vincolo storico-architettonico”, per evitare che magari un muro vecchio di 90 anni possa bloccare o modificare radicalmente i progetti, come si è verificato a Milano per San Siro. E ancora a permettere alla «Pa» di valutare con maggiore discrezionalità e ampiezza il valore di aree pubbliche da vendere o da dare in concessione, non attenendosi a perizie “formali”, ma soppesando anche i benefici economici e sociali di interventi che talora sono di vera e propria rigenerazione urbana. «In Italia per i funzionari sembra più facile non decidere, per evitare grane, che decidere. Ma questo congela gli investimenti e si perdono opportunità. Non solo nel calcio. Da manager e da innamorato del calcio e dell’Italia io però non vorrei arrendermi a questo stato di cose», aggiunge Barone.

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