Editoriali

Una soluzione di continuità per governo e Ue

di Sergio Fabbrini

3' di lettura

Sono i rappresentanti, non i rappresentati, che scelgono il presidente della Repubblica. L'elezione di quest'ultimo è una responsabilità dell'élite politica (leader di partito, parlamentari, rappresentanti delle regioni) e non del popolo. Facciamo quindi questa ipotesi: il nostro Paese dispone di un'élite politica che sa affrontare quell'elezione con un forte “senso di responsabilità nazionale”. In tempi ordinari, essa si divide al proprio interno sulla base di legittimi interessi partigiani, tuttavia in tempi straordinari riesce a convergere su un condiviso interesse nazionale. Poiché la pandemia è un tempo straordinario, la nostra élite politica sa che non può dividersi per l'elezione del presidente della Repubblica. Lo sa perché condivide due assunti.Primo. La nostra élite politica riconosce che la pandemia è tutt'altro che superata (8,36 milioni di italiani contagiati, al 14 gennaio si sono registrati più di 200 mila nuovi casi), così come la ripresa economica è tutt'altro che consolidata.

La scelta del presidente della Repubblica deve dunque confermare la maggioranza che sta combattendo la guerra, allargandola se possibile. Certamente, stiamo vincendo alcune battaglie. Il Pil italiano è cresciuto del 6,2% nel 2021 ed è previsto che cresca del 4,3% nel 2022. La campagna di vaccinazione (guidata dal generale Francesco Paolo Figliuolo) si è dimostrata efficace. Il Piano di ripresa e resilienza (Pnrr) ha fatto i primi cruciali passi. Gli italiani si stanno dimostrando nella (quasi) totalità cittadini consapevoli. È cresciuta la fiducia internazionale nei nostri confronti (siamo diventati «il Paese dell’anno» per l’Economist), fiducia che consente di attrarre investimenti dall’estero ed esercitare influenza sull’estero. All’interno dell’Unione europea (Ue), l’Italia, insieme alla Germania e alla Francia, ha la leadership nella revisione del Patto di stabilità e crescita, oltre ad essere impegnata a promuovere una capacità fiscale e militare europea. Tutto vero, ma le ipoteche non mancano. Il debito pubblico è cresciuto drammaticamente, le pressioni inflazionistiche si fanno sentire, i costi dell’energia aumentano, i finanziamenti europei sono condizionati al raggiungimento di riforme, la Banca centrale europea sta valutando se alzare i tassi. Abbiamo vinto alcune battaglie, ma non la guerra. Ecco perché la nostra élite politica rimane unita per garantire la continuità della sua convergenza governativa, formalmente fino al 2023 e nei fatti almeno fino al 2026. Sa che l’interruzione di quella convergenza, il prossimo 24 gennaio, avrebbe conseguenze drammatiche.

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Secondo. La nostra élite politica riconosce che la presidenza della Repubblica assolve una funzione di garanzia, non solo interna ma anche esterna. La scelta del presidente della Repubblica deve dunque rafforzare la nostra costituzione materiale, non solamente quella formale. Se la costituzione formale affida al presidente della Repubblica il compito di garantire l’unità nazionale, l’equilibrio tra i poteri statali, il rispetto dei principii repubblicani, la costituzione materiale gli richiede un compito inedito, garantire l’interdipendenza del Paese. Il presidente della Repubblica è divenuto l’interlocutore insostituibile dei leader degli altri Paesi europei. Nel suo libro, Alberto Orioli ha mostrato come i vari presidenti della Repubblica abbiano combinato continuità e discontinuità. Dagli anni Novanta del secolo scorso, la discontinuità più importante concerne il ruolo di collegamento dell’Italia con l’Europa che il presidente deve assolvere. Se il presidente della Repubblica è formalmente il rappresentante dell’indipendenza nazionale, nei fatti esso è divenuto il presidente dell’interdipendenza del nostro Paese. Solamente chi ignora i fatti può sostenere che il prossimo presidente della Repubblica «debba essere un patriota», come se fossimo nell’immediato primo dopoguerra di un secolo fa. La nostra élite politica, però, non ignora i fatti. Sa che lo «stato nazionale» si è trasformato in uno «stato membro» dell’Ue. Uno stato, cioè, le cui strutture amministrative, giuridiche, istituzionali, accademiche, territoriali sono intrecciate con le equivalenti strutture degli altri stati membri dell’Ue. La nostra élite politica sa che occorre scegliere un presidente consapevole dell’interdipendenza del nostro Paese. Solamente così si possono prevenire iniziative irresponsabili per portarci fuori da quella interdipendenza (come si cercò di fare dopo le elezioni del 2018) e si possono sostenere iniziative responsabili per migliorare quell’interdipendenza. Sa che un’interruzione, il prossimo 24 gennaio, della prospettiva perseguita da Carlo Azeglio Ciampi, Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella avrebbe conseguenze drammatiche.

Insomma, nell’ipotesi che disponiamo di un’élite politica con senso di responsabilità nazionale, la scelta del presidente della Repubblica soddisferà (almeno) un doppio requisito: garantire la continuità e la coerenza dell’azione del governo in carica, garantire la continuità e la coerenza della presidenza interdipendente della Repubblica. Sento già l’obiezione: si tratta di un’ipotesi del tutto irrealistica. Può darsi. Ma mi domando: quale élite politica avrebbe interesse ad andare al governo con una pandemia incalzante e con finanziamenti sospesi del Pnrr, per eleggere un presidente della Repubblica poco considerato a Bruxelles e a Washington? Carlo M. Cipolla ci ha ricordato che la stupidità non scarseggia mai. Tuttavia, di stupidità, la nostra élite politica dovrebbe averne tanta per danneggiare il Paese e sé stessa contemporaneamente.

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