Editoriali

Una spesa pubblica migliore per ridurre i danni dell’inflazione

di Giovanni Tria

10' di lettura

Non è passato molto tempo da quando la politica di bilancio è sembrata a molti, in Italia, un esercizio quasi rilassato, a fronte di un’apparente improvvisa abbondanza di risorse presenti e prospettiche, anche se prevalentemente a debito. La situazione appare oggi decisamente più complessa anche perché il governo deve tener conto di una molteplicità di attori e di obiettivi, la cui conciliazione è resa complicata dallo shock energetico e dall’aumento dei prezzi che stanno rallentando la ripresa e generando nuovi conflitti distributivi.

Il primo obiettivo del governo, più volte riaffermato, è quello di rispettare tempi e obiettivi del Pnrr. In gioco ci sono le risorse europee, ma soprattutto la necessità di presentarsi con le carte in regola per discutere le nuove regole fiscali, cioè la futura politica economica della Ue. Questo secondo obiettivo implica che è necessario conciliare l’aumento degli investimenti con il controllo del debito, riducendo quello diretto a sostenere spesa corrente non correlata ai primi. In caso contrario ci si presenta deboli al negoziato, nonostante l’autorevolezza del presidente del Consiglio. Questa partita negoziale si gioca con gli altri Paesi dell’Unione.

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L’altro attore in campo è la Bce, che inizia a dubitare della sua tesi sulla temporaneità dell’inflazione ed entrerà in pressione interna ed esterna sui tempi e modi di uscita dai programmi di sostegno ai debiti sovrani. Le decisioni dipenderanno della dinamica dei prezzi, ma anche dal modo in cui i Paesi europei utilizzeranno la politica monetaria ancora accomodante: se per espandere i debiti o per stabilizzarli.

In questo contesto, il governo, che controlla solo la politica di bilancio nazionale, deve affrontare un’inflazione che, anche se vi sono responsabilità nazionali per errori nella politica energetica che vengono da lontano, in gran parte proviene dai mercati globali su cui hanno influenza big player, dagli Stati Uniti alla Cina, mossi anche da finalità geopolitiche.

Era noto che l’uscita dalla crisi pandemica avrebbe posto le grandi economie di fronte a tre problemi: come ridurre i debiti pubblici e privati accumulati negli ultimi anni; come uscire senza danni da politiche monetarie ultra-espansive; come ricostruire e aggiustare le supply chain globali, già messe in discussione prima della pandemia e poi parzialmente disconnesse nel corso della lotta alla diffusione del virus. Questi problemi sono stati affrontati nel modo peggiore, con molti governi impegnati ad acuire i conflitti anziché a coordinarsi. Le carenze di offerta che stanno alimentando l’aumento dei prezzi dell’energia, delle materie prime e di molti input intermedi vengono sia da problemi strutturali non superabili nel brevissimo tempo, sia, e in gran parte, da queste miopie geopolitiche.

Il risultato è un’inflazione determinata da un mutamento dei prezzi relativi a livello globale che persisterà anche nel momento in cui gli aumenti si dovessero interrompere. Parte del prodotto nazionale dovrà essere utilizzato per pagare di più quel che importiamo. Le imprese sono in difficoltà per un aumento dei costi che non è facile trasferire integralmente sui prezzi finali e le famiglie, dopo un periodo di crisi, si trovano a dover cedere potere d’acquisto. Qui si pone il dilemma di bilancio per il governo. L’intervento in aiuto a famiglie e imprese dovrebbe servire a impedire, o rallentare, il conflitto distributivo che genererebbe la temuta rincorsa tra prezzi e salari. Ciò, tuttavia, non elimina la cessione inevitabile di reddito nazionale verso l’esterno, ma può solo distribuirne l’onere in modo meno brutale e meno dannoso per l’economia di quello generato dai meccanismi di mercato in maniera spontanea. Per finanziare quest’intervento pubblico un’opzione è quella di ricorrere a nuovo debito (scostamento di bilancio) e quindi cercare di attuare una redistribuzione anche intertemporale. In altri termini: qualcuno pagherà in futuro. Ma questa strada è rischiosa per i motivi ricordati all’inizio: indebolimento nei negoziati europei; rafforzamento di coloro che spingono perché la Bce acceleri l’uscita dalle politiche accomodanti e aumenti i tassi di interesse. Sostanzialmente, rischio finanziario. Una scelta letale per l’economia italiana perché aumenterebbe l’incertezza e la percezione di instabilità finanziaria.

L’altra opzione è quella di una redistribuzione di risorse all’interno del bilancio pubblico, stabilendo priorità chiare. Se si riduce il peso fiscale sul costo dell’energia, esso va aumentato altrove. C’è una pletora di bonus, peraltro regressivi, su cui incidere con decisione. È anche necessario adottare una sorta di fine tuning, cioè di attenta programmazione temporale e settoriale della spesa, anche di quella per investimenti. Perché è controproducente pompare domanda in settori in difficoltà nel breve periodo per carenza di manodopera, materie prime, altri input ed energia a prezzi sostenibili. L’inflazione si può cercare di contrastare non solo con il contenimento complessivo della domanda, obiettivo di un intervento restrittivo della banca centrale, ma anche controllandone tempi e composizione attraverso la spesa pubblica.

Il parlamento sembra aver raggiunto un accordo di massima sulla legge delega per la riforma fiscale. Il punto più condiviso è quello che riguarda la necessità di ridurre la pressione fiscale diretta, cioè l’Irpef, sulle classi di reddito medio basse. Ma per ciò che riguarda la dimensione possibile di questa riduzione, un tema che sembra dimenticato nel dibattito è quello del possibile spostamento del prelievo dalle imposte dirette (Irpef) alle imposte indirette (Iva), cioè dai redditi dei fattori produttivi, che nel caso dell’Irpef sono sostanzialmente i redditi da lavoro, oltre che da pensioni, alla tassazione dei consumi. Il ministro Tremonti definiva questo spostamento “dalle persone alle cose”. Una dimenticanza che è molto strana perché, in un periodo di europeismo condiviso, si elude proprio una raccomandazione tradizionale della Commissione europea. Una raccomandazione il cui fondamento sta nel fatto che questo spostamento del prelievo favorisce la crescita a parità di pressione fiscale complessiva. La ragione è che si ridurrebbe il cuneo fiscale, che entra nei costi di produzione, determinando un aumento delle remunerazioni al netto delle tasse. Ma questo spostamento di prelievo sarebbe anche utile alla crescita perché determina una “svalutazione fiscale”, poiché l’Iva non grava sulle esportazioni, mentre colpisce i consumi di beni e servizi importati in egual misura rispetto a quelli prodotti sul territorio nazionale. In tal modo si recupera competitività internazionale. Non è un caso, inoltre, che nell’economia globalizzata, per tassare localmente i profitti delle multinazionali, si stia valutando di prendere come riferimento le loro vendite nei vari Paesi. E anche nelle discussioni sulla tassazione delle ricchezze si mette in rilievo che quelle personali, in vario modo legalmente o non legalmente occultate, si riflettono nel livello di vita dei beneficiari
al momento del consumo.

Il fatto rilevante è che seguire questa strada permetterebbe oggi una riduzione del prelievo Irpef sui redditi medio-bassi doppio o anche triplo rispetto a quello di cui si discute e ciò faciliterebbe la definizione del “metodo” con il quale ridurre in misura percepibile l’imposizione diretta sulle classi di reddito medio e medio-basso. C’è da decidere, infatti, “come” operare la correzione e le sue dimensioni. In altri termini, vi è da una parte il problema di come finanziare la riduzione del prelievo Irpef e dall’altra il problema di definire la struttura del prelievo, il grado di progressività e come applicarla. Su questo secondo punto, il dibattito politico si è concentrato su due possibili alternative ben descritte, come hanno ricordato Paladini e Visco sul Sole del 30 giugno, nell’ottimo rapporto presentato in una audizione al Parlamento dal direttore generale del Dipartimento delle Finanze del Mef, la professoressa Fabrizia La Pecorella, e ben studiate nello stesso Dipartimento fin dal 2019. La prima alternativa consiste essenzialmente nella riduzione, da 5 a 3, del numero di aliquote applicate per scaglioni di reddito. La seconda ipotesi è quella di passare al cosiddetto modello tedesco, cioè disegnare una curva continua di aliquote marginali, che coinciderebbero sostanzialmente con quelle medie effettive, da applicare per ogni singolo livello di reddito. Avendo già preso posizione su questa rubrica a favore di questa seconda alternativa (15 agosto 2020), ne richiamo i motivi fondamentali. Le maggiori attrattive del modello tedesco risiedono nella sua trasparenza e nella sua flessibilità. Trasparenza perché ogni percettore di reddito saprebbe, senza fare calcoli personali, quale percentuale del suo reddito deve versare allo Stato, che è ben diversa da quella che si legge nella sua aliquota marginale. L’argomento di chi parla di complicazione “algoritmica” o matematica per la determinazione della curva delle aliquote è fuorviante perché il compito del calcolo è dell’amministrazione fiscale, e non è complicato perché basta decidere quale debba essere, mentre al contribuente verrebbe solo comunicata la percentuale effettiva del suo reddito che deve pagare. Quanto alla flessibilità, va considerata da un duplice punto di vista. Permette di decidere in modo mirato i livelli di reddito da beneficiare oggi con una riduzione di prelievo, disegnando con precisione la curva della progressività, ma permette anche con facilità di appiattire progressivamente, in futuro, la curva delle aliquote fino al livello desiderato di reddito. In altri termini, sarebbe facile spostare verso livelli superiori di reddito la progressività del prelievo dettato dalla Costituzione, man mano che l’equilibrio della finanza pubblica lo permetterà e secondo le scelte politiche discrezionali che sono alla base della democrazia. In ogni caso, deciso il metodo, l’importante è ridurre progressivamente in misura significativa la pressione fiscale sui redditi medi e medio-bassi. Lo si dice da decenni, almeno da quando l’inflazione alta fece lievitare i redditi nominali, ma non quelli reali, con la conseguenza che le aliquote concepite per redditi medio-alti finirono per colpire anche i medio-bassi. Il dibattito sul fiscal drag, come venne chiamato il fenomeno, fu intenso ma senza effetti rilevanti. La fame di gettito fiscale a fronte di spesa pubblica crescente, purtroppo non per investimenti, ha fino a oggi sempre collocato questa esigenza di correzione del prelievo nella cartella dei buoni propositi.

Il parlamento sembra aver raggiunto un accordo di massima sulla legge delega per la riforma fiscale. Il punto più condiviso è quello che riguarda la necessità di ridurre la pressione fiscale diretta, cioè l’Irpef, sulle classi di reddito medio basse. Ma per ciò che riguarda la dimensione possibile di questa riduzione, un tema che sembra dimenticato nel dibattito è quello del possibile spostamento del prelievo dalle imposte dirette (Irpef) alle imposte indirette (Iva), cioè dai redditi dei fattori produttivi, che nel caso dell’Irpef sono sostanzialmente i redditi da lavoro, oltre che da pensioni, alla tassazione dei consumi. Il ministro Tremonti definiva questo spostamento “dalle persone alle cose”. Una dimenticanza che è molto strana perché, in un periodo di europeismo condiviso, si elude proprio una raccomandazione tradizionale della Commissione europea. Una raccomandazione il cui fondamento sta nel fatto che questo spostamento del prelievo favorisce la crescita a parità di pressione fiscale complessiva. La ragione è che si ridurrebbe il cuneo fiscale, che entra nei costi di produzione, determinando un aumento delle remunerazioni al netto delle tasse. Ma questo spostamento di prelievo sarebbe anche utile alla crescita perché determina una “svalutazione fiscale”, poiché l’Iva non grava sulle esportazioni, mentre colpisce i consumi di beni e servizi importati in egual misura rispetto a quelli prodotti sul territorio nazionale. In tal modo si recupera competitività internazionale. Non è un caso, inoltre, che nell’economia globalizzata, per tassare localmente i profitti delle multinazionali, si stia valutando di prendere come riferimento le loro vendite nei vari Paesi. E anche nelle discussioni sulla tassazione delle ricchezze si mette in rilievo che quelle personali, in vario modo legalmente o non legalmente occultate, si riflettono nel livello di vita dei beneficiari
al momento del consumo.

Il fatto rilevante è che seguire questa strada permetterebbe oggi una riduzione del prelievo Irpef sui redditi medio-bassi doppio o anche triplo rispetto a quello di cui si discute e ciò faciliterebbe la definizione del “metodo” con il quale ridurre in misura percepibile l’imposizione diretta sulle classi di reddito medio e medio-basso. C’è da decidere, infatti, “come” operare la correzione e le sue dimensioni. In altri termini, vi è da una parte il problema di come finanziare la riduzione del prelievo Irpef e dall’altra il problema di definire la struttura del prelievo, il grado di progressività e come applicarla. Su questo secondo punto, il dibattito politico si è concentrato su due possibili alternative ben descritte, come hanno ricordato Paladini e Visco sul Sole del 30 giugno, nell’ottimo rapporto presentato in una audizione al Parlamento dal direttore generale del Dipartimento delle Finanze del Mef, la professoressa Fabrizia La Pecorella, e ben studiate nello stesso Dipartimento fin dal 2019. La prima alternativa consiste essenzialmente nella riduzione, da 5 a 3, del numero di aliquote applicate per scaglioni di reddito. La seconda ipotesi è quella di passare al cosiddetto modello tedesco, cioè disegnare una curva continua di aliquote marginali, che coinciderebbero sostanzialmente con quelle medie effettive, da applicare per ogni singolo livello di reddito. Avendo già preso posizione su questa rubrica a favore di questa seconda alternativa (15 agosto 2020), ne richiamo i motivi fondamentali. Le maggiori attrattive del modello tedesco risiedono nella sua trasparenza e nella sua flessibilità. Trasparenza perché ogni percettore di reddito saprebbe, senza fare calcoli personali, quale percentuale del suo reddito deve versare allo Stato, che è ben diversa da quella che si legge nella sua aliquota marginale. L’argomento di chi parla di complicazione “algoritmica” o matematica per la determinazione della curva delle aliquote è fuorviante perché il compito del calcolo è dell’amministrazione fiscale, e non è complicato perché basta decidere quale debba essere, mentre al contribuente verrebbe solo comunicata la percentuale effettiva del suo reddito che deve pagare. Quanto alla flessibilità, va considerata da un duplice punto di vista. Permette di decidere in modo mirato i livelli di reddito da beneficiare oggi con una riduzione di prelievo, disegnando con precisione la curva della progressività, ma permette anche con facilità di appiattire progressivamente, in futuro, la curva delle aliquote fino al livello desiderato di reddito. In altri termini, sarebbe facile spostare verso livelli superiori di reddito la progressività del prelievo dettato dalla Costituzione, man mano che l’equilibrio della finanza pubblica lo permetterà e secondo le scelte politiche discrezionali che sono alla base della democrazia. In ogni caso, deciso il metodo, l’importante è ridurre progressivamente in misura significativa la pressione fiscale sui redditi medi e medio-bassi. Lo si dice da decenni, almeno da quando l’inflazione alta fece lievitare i redditi nominali, ma non quelli reali, con la conseguenza che le aliquote concepite per redditi medio-alti finirono per colpire anche i medio-bassi. Il dibattito sul fiscal drag, come venne chiamato il fenomeno, fu intenso ma senza effetti rilevanti. La fame di gettito fiscale a fronte di spesa pubblica crescente, purtroppo non per investimenti, ha fino a oggi sempre collocato questa esigenza di correzione del prelievo nella cartella dei buoni propositi.

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