editorialeprocesso all’economia

Una «spinta gentile» agli economisti per innovare la disciplina

di Alberto Orioli

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5' di lettura

In pochi anni il Premio Nobel per l’Economia è stato assegnato a quattro economisti comportamentali, vale a dire gli scienziati economici più inclini a contaminare la loro disciplina con la psicologia. La razionalità dell’homo oeconomicus, a tratti presunta come assoluta, si apre a un’idea di umanità perfettibile, magari guidata non solo da sistemi binari incentivo-disincentivo, rischio-opportunità, ma innervata di sentimenti, di ansie, di nevrosi, di errori di percezione, di entusiasmi. Che spesso fanno la differenza.

Insomma, l'homo oeconomicus diventa sempre più l'uomo della strada, anche per chi ne debba sviscerare l'azione per renderla teoria. La scelta dei Nobel, nel corso degli anni, ci insegna come respira la scienza economica, come assorbe lo spirito del tempo. Non a caso è una scienza sociale e il primo che ha chiesto soccorso alla psicologia è stato, probabilmente, lo stesso Keynes quando ha stilizzato la propensione al consumo. Ora l'Economia, dopo stagioni di iper-razionalismo, cerca strade per evolvere anche perché si è scoperta vulnerabile soprattutto nella sua accezione più rilevante che ne ha fatto forse la più preziosa scienza del potere (o per il potere): la capacità di essere predittiva.

La “queen question” che ha minato l'autostima degli orgogliosi rampolli della London School of Economics di Londra (anno 2008) e del loro Gotha accademico rimane un'ombra pesante da cancellare. «Come è possibile che nessuno abbia previsto questa crisi tanto devastante?» chiese la regina Elisabetta con regale ingenuità agli interdetti astanti per avere spiegazione della più tragica e pervasiva crisi finanziaria globale del dopoguerra. La mancata risposta e l'imbarazzato silenzio hanno segnato un prima e un dopo. Prima una “scienza triste” (copyright Thomas Carlyle) che sapeva cosa consigliare alla politica perché in grado di anticipare il futuro; poi una scienza più ripiegata su se stessa a interrogarsi se sia ancora sufficiente riproporre le regolarità sintetizzate per i cicli del passato come possibile schema interpretativo del futuro. Improvvisamente l'Economia fa i conti, tra l'altro, con quell'azzardo morale di cui aveva creduto di conoscere ogni anfratto, sezionando il comportamento dell'egoista perfetto, idealtipo di base (anche se non unico) per lo studio dei comportamenti economici.Da tempo aveva capito che doveva rapportarsi a una «razionalità limitata» (Herbert Simon, altro Nobel), ma ora l'Economia fa i conti con una necessità in più: quella di umanizzare i modelli econometrici. E chiede aiuto alla psicologia, all'antropologia, alle neuroscienze. Forse anche alla sociologia quando scopre che una delle dirimenti del nostro tempo è la paura, paura singola e paura collettiva, vera, presunta o spesso del tutto irrazionale.

E magari alla filosofia, quando scopre, ad esempio, che l'interazione sempre più spinta con le macchine, con i robot e gli algoritmi può addirittura portare ad una definitiva alienazione dal mondo delle persone, alla rinuncia alla natura di homo empaticus, con tutto ciò che ne può seguire quanto a scelte economiche. La spia migliore che l'Economia viva una nuova stagione evolutiva viene dai più straordinari laboratori di pensiero economico esistenti, vale a dire gli uffici studi delle banche centrali. È qui che i migliori economisti del pianeta fanno i conti con la sconvolgente realtà di una crescita senza inflazione, di un'occupazione senza crescita dei salari e senza produttività che sovverte i canoni della politica monetaria, primo motore o, comunque, pre-condizione per ogni altra politica economica.I banchieri centrali sono i primi a dire che non funziona più la «teoria generale dell'equilibrio», a lungo il paradigma della scuola degli economisti neoclassici. Non funziona più il Dsge, come lo chiamano gli econometristi, il modello Dinamico stocastico di equilibrio generale secondo cui è possibile prevedere le aspettative, sotto vincoli tecnologici e di bilancio, di agenti razionali considerati “rappresentativi”, create in condizioni di incertezza e in modo dinamico.

È la formula dell'homo oeconomicus perfetto, quello che agisce come soggetto ottimizzatore dell'utile futuro e così facendo produce, se sommato agli altri suoi consimili, comportamenti collettivi misurabili (e quindi prevedibili).Forse anche la teoria sulle aspettative razionali di Robert Lucas jr (altro Nobel) ha bisogno di manutenzione perché altrimenti non avremmo avuto, solo per citare un caso, le drammatiche file agli sportelli della banca inglese Northern Rock, prima istantanea simbolica dell'“inizio della fine”.È Mervin King, l'allora mitico Governatore della Banca d'Inghilterra, a spiegare il corto circuito: «La gente non sta perseguendo strategie di ottimizzazione, come dicono gli economisti, ma stanno perseguendo quelle che io chiamo strategia di sopravvivenza. E non c'è una soluzione matematica a questo problema. I modelli tradizionali non hanno spazio per l'idea che il vento contrario che soffia oggi non se ne sta andando».Rischiano di non essere più adatti i modelli econometrici su cui generazioni di cervelli si sono applicati con energie più che egregie. Se, ad esempio, il ministro Pier Carlo Padoan sta ancora adesso incrociando le lame con i colleghi della Ue sul tema di come vada calcolato l'output gap è perché sui modelli della crescita potenziale ci sono diverse interpretazioni. Per non parlare delle discussioni sulle modalità di calcolo del Pil. Se dal mondo dei fisici arriva un attacco diretto e frontale all'econometria che non usa la matematica del caos o la geometria dei frattali è perché la natura e i comportamenti naturali dell'uomo possono essere letti e codificati anche con strumenti nuovi, magari proprio quelli usati dai meteorologi, sempre rispettosi dei capricci del caso. A Manchester è nata la Post crash economics society, un gruppo di studenti che chiede di ripensare tutta la disciplina.

Non è un caso che il loro Manifesto abbia ricevuto una formale “benedizione” proprio da parte del capo economista della Bank of England, Andrew Haldane, un banchiere centrale impegnato a rivedere la deriva di una «monocultura metodologica». Il club di Manchester si è allargato e ora ha gemmato almeno una quarantina di gruppi simili in tutto il mondo. Si rivolgono a «chi voglia studiare Economia per fare del mondo un posto migliore e non solo per migliorare le proprie chances occupazionali».È anche per questo che Il Sole 24 Ore avvia oggi il «Processo all'Economia», un nuovo dibattito in cui gli economisti si confronteranno tra loro e con altri esponenti di discipline sorelle. Un modo per comprendere lo stato evolutivo di questa scienza, gli eventuali errori e le possibili attenuanti; con l'idea che l'unico verdetto possa essere quello di migliorare la capacità interpretativa di questa disciplina. Un modo con cui il giornale applica il nudge (il tocco gentile) grazie al quale Richard Thaler ha vinto proprio l'ultimo Nobel. L'avvio della discussione parte con l'intervento del Nobel del 2013, Robert J. Shiller. Quale migliore “spintarella” per aiutare gli economisti a capirsi di più e a comprendere meglio che cosa davvero ci stanno insegnando? È anche un modo per evitare che l'Economia finisca per diventare solo Econocrazia.

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