Disparità di genere

Una strategia per la parità? Rendere i maschi italiani un po’ più europei...

di Fiorella Kostoris

(Adobe Stock)

5' di lettura

Nel 2019 (anno cui conviene attenersi perché precedente la crisi da Covid), in Italia il tasso di occupazione femminile è pari al 51% e in equivalenti a tempo pieno (Et) scende al 31%, contro il 52% maschile, evidenziando un differenziale di genere senza eguali in nessuno degli altri Paesi dell’Unione, dove mediamente il tasso Et è il 41% per le donne, il 57% per gli uomini (Eige, 2021).

Il più drastico taglio delle ore lavorate, subìto nel nostro mercato dal “gentil sesso”, non può in alcun modo essere spiegato da maggiori debolezze fisiche, dato che le italiane sono nettamente più robuste tanto dei connazionali uomini che delle europee: la loro aspettativa di vita alla nascita nel 2019 è di 86 anni, a fronte degli 81 del “sesso forte” e gli indici corrispondenti nella Ue a 27 sono nel comparto femminile 84, in quello maschile 79. Le donne del nostro Paese, che lavorano tante meno ore degli uomini nel mercato, sono invece quotidianamente attive quattro volte più frequentemente di loro in ruoli casalinghi, dedicandosi ogni giorno a faccende domestiche non remunerate, quali la cucina e la cura altrui, per un tempo ben 2,82 volte superiore a quello dei loro compagni, mentre tale moltiplicatore ammonta a 1,51 in Germania, a 1,59 negli Stati Uniti, a 1,61 in Francia, a 2,20 in Spagna (Eige, 2021). Perciò nel 2019 le occupate non solo debbono accettare il part time nel 33% dei casi, a fronte dell’8% maschile (ma le corrispondenti percentuali nell’Ue 27 sono quasi uguali, raggiungendo il 31,3 e l’8,7%); in aggiunta, le lavoratrici sono costrette ad abbassare ulteriormente le ore lavorate rispetto sia ai colleghi italiani sia alle colleghe del resto d’Europa, a causa di più numerose intermittenze e interruzioni di carriera, esclusivamente imposte da contratti temporanei e soprattutto da necessità familiari.

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La durata stessa della loro vita attiva si riduce a solo 27 anni contro i 36 maschili, mentre tale differenza è molto più contenuta nella Ue 27, in cui il periodo attivo si misura rispettivamente in 33 e 38 anni (Eige, 2021).

In termini retributivi, le italiane pagano tre volte questa ineguale partecipazione quantitativa al mercato del lavoro: perché il salario orario femminile viene un po’ decurtato in ragione delle loro meno lunghe e più discontinue prestazioni lavorative, talché il gender wage gap tocca il 4,7% rimanendo decisamente minore dello spagnolo (11,9%), del francese (16,5%), del tedesco (19,2%); perché i loro guadagni mensili (da attive prima e da pensionate poi) sono molto diminuiti da un minor monte ore lavorate al mese, sicché il monthly gender wage gap sale al 16% divenendo nel 2019 quasi identico al corrispondente dell’Ue 27 (17%); infine perché il compenso medio da lavoro percepito dalle donne del nostro Paese durante il ciclo vitale è radicalmente abbassato dall’alto numero fra esse di esterne al mercato, in quanto disoccupate o inattive, con la conseguenza, secondo il World Economic Forum (2021), che il reddito medio annuo guadagnato dalle italiane è appena il 57% di quello dei connazionali maschi (contro percentuali del 65% in Spagna, del 70% in Germania, del 71% in Francia).

Le italiane sanno di dover rafforzare il loro capitale umano per potenziare le loro opportunità lavorative. Perciò si istruiscono di più: nel 2019 una 30-34enne su tre è laureata, a fronte di uno su cinque tra i coetanei maschi e questo differenziale a vantaggio delle nostre giovani è più ampio che nella Ue.

Così favoriscono il loro accesso al mercato: mentre nella popolazione dei 30-34enni del nostro Paese con livello di istruzione pari alla III media il tasso di occupazione femminile è nel 2019 decisamente minore del corrispondente maschile (di circa 30 punti percentuali), fra i possessori di un titolo terziario la probabilità delle giovani di trovare un lavoro è “solo” 7,5 punti più bassa di quella dei coetanei uomini, con uno svantaggio simile a quanto osservabile nel resto dell’Ue a 27 (Istat, 2020). Tuttavia, tale miglioramento nelle prospettive occupazionali si accompagna purtroppo a una parallela, crescente disparità retributiva per genere: nel 2019 il gap salariale orario fra maschi e femmine aumenta fortemente con il passaggio dall’istruzione primaria alla secondaria e alla terziaria, poiché qui supera il 15%, mentre non arriva nemmeno al 3% fra i diplomati (questo incremento esiste ma è assai più limitato nella Ue a 27, dove vale meno di 10 punti percentuali, secondo Eurostat, 2020).

Tutto ciò illustra perché, nonostante in Italia il gender wage gap sia e sia sempre stato mediamente uno dei più ristretti nell’Unione, esso resti uno fra quelli dell’Ue a 27 che meno si possono ascrivere a differenze osservabili fra lavoratori e lavoratrici nelle caratteristiche individuali (tipo istruzione) o occupazionali; l’elevatissima parte non spiegata del nostro gap salariale dipende invece dalla circostanza che si retribuiscono meglio i lavoratori maschi delle colleghe, a parità di caratteristiche, soprattutto a parità di istruzione, anzianità di servizio, settore industriale, mansione (Christina Boll, Andreas Lagemann, 2018).

In tale situazione, per rafforzare la donna nel mercato del lavoro del nostro Paese sarebbe prioritario trasformare l’uomo italiano in un europeo: se non in uno svedese, almeno in un francese, assegnandogli perciò quotidianamente un’ora e mezza di attività in più dentro le mura domestiche, di altrettanto alleviando le fatiche della sua compagna. Certo un obiettivo così arduo richiede un lungo arco temporale, dovendosi cambiare la cultura della società, ma è evidente che qualche passo avanti può essere compiuto subito, attraverso appropriate politiche proattive. Andrebbe ad esempio colta l’occasione della ricezione della nuova Direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 2019/1158, volta «all’equilibrio tra attività professionale e vita familiare per i genitori», per estendere i tempi dei congedi di paternità, da noi ridicolmente brevi rispetto a quelli di maternità: infatti, dal confronto internazionale (Ocse, 2017) emerge che in Italia, mentre i congedi retribuiti di maternità sono, nella lunghezza e nella misura, superiori che nell’eurozona e che nella media dei Paesi sviluppati, al contrario quelli di paternità sono decisamente peggiori che altrove in Europa e nel mondo, anche rispetto a Paesi come il Cile, il Messico, la Turchia. Forse dopo i canonici tre mesi di allattamento, prerogativa esclusivamente femminile, bisognerebbe nel nostro Paese prevedere per i genitori identici doveri di assentarsi dal lavoro per l’accudimento del bambino nel suo primo anno di vita: sia il padre sia la madre godrebbero così di un congedo obbligatorio (complessivamente di 2 mesi lui e di 2+3 lei), da pagare a entrambi al 100% della retribuzione.

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