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«Una terza nave sconosciuta causò il naufragio della Moby Prince»

Secondo la Commissione d’inchiesta, la collisione con la petroliera Agip Abruzzo non fu colpa né della nebbia né delle condizioni del mare

di Raoul de Forcade

(ANSA)

3' di lettura

«La Moby Prince è andata a collidere con la petroliera Agip Abruzzo per colpa della presenza di una terza nave, comparsa improvvisamente davanti al traghetto, che provocò una virata a sinistra che ha poi determinato l’incidente. Purtroppo questa nave non è ancora stata identificata con certezza».

Le parole di Andrea Romano, presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sul disastro Moby Prince, pronunciate presentando la relazione conclusiva sull’incidente, approvata all’unanimità (dopo poco più di un anno di lavoro, iniziato il 13 luglio 2021), aprono uno squarcio sulle dinamiche di una tragedia di 31 anni fa, che provocò la morte di 140 persone e che ancora non ha una soluzione definitiva.

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La tragedia 31 anni fa

Era 10 aprile 1991, quando il traghetto Moby Prince, di proprietà della Navarma (poi Moby spa), fondata da Achille Onorato, entrò in collisione con la petroliera Agip Abruzzo nella rada del porto di Livorno.

In seguito all’urto si sviluppò un terribile incendio, alimentato dal petrolio versato dalla petroliera, che causò la morte di tutte le persone a bordo del ferry, sia membri dell'equipaggio che passeggeri. Si salvò solo il mozzo napoletano Alessio Bertrand.

Niente nebbia e buone condizioni meteo

«Siamo arrivati alla conclusione – ha detto Romano - che le condizioni di visibilità, la sera della collisione, fossero buone, se non ottime, con vento di brezza e mare calmo. Inoltre abbiamo accertato, senza ombra di dubbio, grazie a studi scientifici eseguiti in modo approfondito, che la petrioliera Agip Abruzzo, contro la quale andrò a collidere il traghetto Moby Prince, si trovava ancorata in rada, in una zona dove, invece, c’era il divieto di ancoraggio».

L’esplosione, ha proseguito, «si produsse subito dopo la collisione ma non abbiamo ancora risposte esaustive sulla presenza di tracce contaminate trovate a bordo, per le quali sarebbero serviti ulteriori accertamenti, che però non abbiamo potuto fare, perché abbiamo terminato le indagini con la fine della legislatura, in vista delle prossime elezioni».

Secondo le conclusioni della Commissione, ha spiegato ancora Romano, «il black out a bordo della petroliera, pochi minuti prima della tragica collisione, la rese invisibile davanti agli occhi del comando del traghetto Moby Prince, costretto a fare una virata improvvisa a sinistra, per evitare una collisione certa con una terza nave presente in mare e purtroppo non ancora identificata».

Agip Abruzzo in una zona vietata

L’accordo assicurativo, ha aggiunto, «altro non era che un patto di non belligeranza tra le compagnie. E dimostra che ci sono probabilmente documenti, in possesso dell’Eni, che potrebbero fornire ulteriore chiarezza su quanto accaduto. Faccio appello ai vertici attuali della società, affinché li renda pubblici, per dare risposte definitive a 31 anni da quella che, agli occhi dell’opinione pubblica, è una strage».

Agip Abruzzo «che si trovava in una zona in cui non doveva trovarsi», ha detto Romano, oltre ad aver subito un blackout, era anche «avvolta in una nube di vapore, provocata da una probabile anomalia ai sistemi che producevano vapori».

Romano ha, poi, sottolineato che non è stato possibile dare «risposte certe sull’identificazione della terza nave, che secondo noi ha causato la collisione, perché non ce n’è stato il tempo, a causa della fine anticipata della legislatura. Ma, nella relazione conclusiva, abbiamo suggerito due piste da seguire in futuro, sia da parte della magistratura che del prossimo Parlamento».

Due ipotesi sulla nave fantasma

«Suggeriamo, nelle nostre conclusioni - ha chiosato - due possibili ipotesi investigative da approfondire: una riguarda la nave 21 Oktobaar II, che è un ex peschereccio somalo, e l’altra la presenza, nel tratto di mare interessato, di una o più bettoline impegnate in possibili operazioni di bunkeraggio clandestino».

Invece, «l’ipotesi di una bomba esplosa a bordo del Moby Prince, insieme a quella della nebbia o della distrazione del comando del tragetto durante la navigazione, hanno contribuito a creare confusione su ciò che è realmente accaduto la notte del 10 aprile 1991».

Capitaneria censurabile, equipaggio eroico

La Commissione, si legge nella relazione, «concorda con le censure già mosse in tema di mancato soccorso alle persone imbarcate sul traghetto da parte della Capitaneria di Porto di Livorno».

E ribadisce che «quanto posto in essere da parte dell’equipaggio del Moby Prince dopo la collisione, ovvero l’avere raccolto tutti i passeggeri nel salone de luxe, certamente per un tempo molto lungo, sia stato un comportamento di valore e coraggio straordinari. I membri dell’equipaggio, infatti, sono eroicamente rimasti ai posti assegnati, nel tentativo disperato di salvare i passeggeri con loro imbarcati».

Sollevati i parenti delle vittime

«Siamo soddisfatti - ha detto Nicola Rosetti, presidente dell’associazione delle vittime della Moby Prince - oggi si toglie la nebbia e si restringe il campo sui veri responsabili. Da questa terza nave dobbiamo ripartire per arrivare alla fine di questa vicenda. C’è un po’ di rammarico perché se il Governo fosse stato ancora in carica saremmo potuti arrivare alla parola fine».

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