I temi della riforma del Fisco / 2

Una vera riforma dell’Irpef deve recuperare una progressività effettiva

di Gaetano Ragucci

(Adobe Stock)

3' di lettura

Il quadro istituzionale e politico non permette di avviare una riforma tributaria ragionando all’interno di un sistema chiuso, come è quello che ha accolto la riforma del 1971. Non è tempo per gli slanci ideali, per i «sogni perfetti in un mondo imperfetto» delineati dagli Einaudi del Concetto e limiti dell’uguaglianza nei punti di partenza, o dai Vanoni degli Appunti sulla riforma dell’imposizione personale. Neppure ci si può limitare a fare i conti con la geometria piana della sovranità, con il «perimetro dell’ordinamento giuridico e istituzionale vigente, dello spazio in cui la legge si distende», pur nella varietà delle manifestazioni politiche della comunità che la esprime (Galli). La sfida si gioca ormai all’interno delle tre dimensioni che scandiscono quello spazio, e richiede una visione multilevel.

Al livello superiore agiscono fattori che sfuggono al controllo dello Stato, e un circuito di elaborazione delle politiche fiscali esterno al Parlamento, alimentato da istituzioni della globalizzazione (G7, G20, Ocse) in rapporto vario e mutevole con la Ue. Per la parte fiscale, oggi il punto di coagulo è il programma NGEU, destinato a concretizzarsi nelle proposte di incremento delle risorse destinate al finanziamento degli aiuti agli Stati dell’Ue, lungo le tre direttrici del meccanismo di adeguamento delle emissioni di CO2 alle frontiere, del sistema di scambio delle quote di emissione, e del prelievo sul digitale. Con gli impegni assunti nella riunione dei Ministri delle Finanze del G7 dello scorso 5 giugno, nel medio periodo è prevedibile un doppio sforzo, di assestamento e di adeguamento delle linee di azione tracciate in quel programma. Si è parlato di riassegnazione della potestà di imposizione sugli utili eccedenti il margine di profitto del 10% delle multinazionali del digitale, a beneficio degli Stati in cui le vendite sono realizzate. L’opzione comporterà la rinuncia alle tasse esistenti sui servizi digitali, dunque anche la ricerca di nuove risorse per il finanziamento del programma europeo di aiuti. Si è parlato di una imposta minima globale del 15% a carico delle multinazionali che trasferiscono i profitti in Stati a fiscalità privilegiata. Ciò richiederà un nuovo sforzo di adeguamento della disciplina del reddito d’impresa, in linea con il nuovo progetto Business in Europe: Framework for Income Tax (BEFIT), diretto a prevenire che la concorrenza tra Stati contrastata dall’aliquota comune si trasferisca alle basi imponibili.

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Occorrerà tenere conto di tutto ciò nell’impostazione delle linee guida della riforma, ma il problema sarà anche dotare lo Stato di strumenti tecnici e operativi per politiche di stabilizzazione sociale, di pieno impiego di capitale e lavoro, e di difesa della competitività, capaci di compensare il sacrificio collettivo, dato dal prevedibile aumento dei prezzi dei beni e servizi offerti dalle multinazionali sottoposte ai nuovi tributi. A un livello più profondo, il tema sarà la conservazione dei valori che stanno alla base del vivere comune, dunque la tenuta della riserva di sovranità dello Stato in materia di imposte dirette, che in Italia trova ancora fondamento nell’art. 23 Cost. Tra i due profili non c’è soluzione di continuità. La prospettiva “funzionalistica”, che ha dominato la politica europea di armonizzazione fiscale (Tremonti), converge con quella “assiologica”, perché non c’è libertà né eguaglianza senza i mezzi che le realizzano.

Il punto di innesco di un’azione così orientata potrà essere una riforma dell’Irpef capace di adeguarla ai principi della Costituzione. Una riforma che non si riduca a una redistribuzione del carico fiscale, ma recuperi l’imposta a una effettiva progressività, che è lo svolgimento del principio di eguaglianza; ne preservi i caratteri di personalità come riconoscimento della dignità del contribuente, il che significa anche dei suoi diritti; ne ricostituisca la base imponibile, razionalizzando i regimi sostitutivi. Da qui potrà iniziare un processo di razionalizzazione anche delle altre imposte (a partire dalle tax expenditures, anche per recuperare risorse necessarie alla rimodulazione della curva della progressività) contenute in un sistema reso frammentario e incoerente anche dalla mancanza di un apparato di valori condivisi.

Agire in questa direzione significa muovere lungo le coordinate fondamentali del disegno politico moderno: il carattere rappresentativo della democrazia, e il suo corollario giuridico del primato della legislazione sull’attività del governo e dei giudici. Il recupero di questi riferimenti è necessario soprattutto in un periodo difficile per il Paese, nel quale la legittimazione del prelievo destinato a fronteggiare gli effetti della crisi è la prima risorsa, in quanto base del consenso all’imposta che, soprattutto oggi, non può mancare. Se si arretra di trenta anni nel reddito pro capite, ma le strutture rimangono complicate inefficienti selettive e inique, come oggi lo è il sistema fiscale, quello che ci attende è un processo recessivo nella direzione di meno compliance, più povertà e più disuguaglianza. Ed è quanto occorre evitare.

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