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Nomadland chiude il concorso. Una vita nomade per Frances McDormand

Il film della regista cinese Chloé Zhao, «Nomadland», chiude il concorso della 77esima edizione della Mostra del cinema di Venezia, guardando al Leone

di Cristina Battocletti

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Il film della regista cinese Chloé Zhao, «Nomadland», chiude il concorso della 77esima edizione della Mostra del cinema di Venezia, guardando al Leone


3' di lettura

Nemmeno il Covid ha potuto fiaccare il legame della Mostra del cinema di Venezia con gli Oscar. Anche questa edizione, senza tappeti rossi, con le mascherine e il distanziamento, ha messo sulla rampa di lancio un film per l’Accademy: Nomadland di Chloé Zhao, un road movie, di cui Frances McDormand è protagonista. Le nomination potrebbero piovere sia per l’attrice statunitense, che ha già ricevuto due statuette (una nel 1997 per Fargo, l’altra nel 2018 per Tre manifesti a Ebbing) o per la pellicola stessa.

L’unica cosa sicura è che le congetture sul toto-Leone sono andate a monte con quest’ultima proiezione, che ha chiuso il concorso con un lungo applauso della critica.

Si tratta del terzo lungometraggio della regista cinese, classe 1982, dopo Songs My Brothers Taught Me (2015) e The Rider - Il sogno di un cowboy (2017).

La pellicola racconta la storia di Fern (Frances McDormand), una vedova, già insegnante, che si trova a lasciare una città del Nevada, nata a ridosso di una grande industria e morta con essa, con annessa cancellazione del codice di avviamento postale. Fern è una delle ultime residenti rimaste nella cittadina fantasma, di cui ama la marginalità, l’affaccio sulle montagne. La sua vita riparte da un furgone, che trasforma in casa, saltabeccando da un lavoro provvisorio all’altro. Il primo è nella catena delle consegne di Amazon, dove incontra un’amica, Linda May, che le parla di una comunità nomade: in essa, le suggerisce, è possibile vivere condividendo il necessario e supportandosi affettivamente.

Una nomade da premio Oscar

Inizialmente scettica, Fern comincia un’avventura che consolida il suo istinto di indipendenza e di desiderio di contatto con la natura.

La macchina da presa insegue lei e i suoi compagni di viaggio, che sono nomadi anche nella realtà- Linda May, Swankie e Bob Wells -, mostrando, attraverso gli occhi dei personaggi, le meraviglie del selvaggio Ovest americano, in cui Fern si muove.

McDormand per immedesimarsi nella parte ha lavorato insieme ai dipendenti in un centro di distribuzione di Amazon, in una coltivazione di barbabietole da zucchero, come inserviente in un Parco Nazionale. Lunga è stata l’operazione per mescolarsi tra i nuovi nomadi d’America. «Chloé ha speso molto tempo in quest’opera di tessitura. Ci siamo conosciuti profondamente. Ho aperto la mente e ho cercato di ascoltare. Un giorno in Nebraska mi hanno offerto spontaneamente un modulo da riempire per ottenere un lavoro. La regista mi ha incoraggiato: Sta funzionando», ha raccontato McDormand, in diretta Zoom, assieme alla regista, impossibilitate entrambe a raggiungere il Lido a causa delle norme di prevenzione per il coronavirus.

Una vita libera per Frances McDormand

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Basato sull’omonimo libro-inchiesta di Jessica Bruder (edizioni Clichy), il film è una coproduzione della stessa protagonista, Peter Spears (Chiamami col tuo nome), Mollye Asher, Dan Janvey e Chloé Zhao. «Come produttrice sono entrata a far parte di una compagnia composta da 23 giovani filmmaker, di cui io, 63 enne, ero di gran lunga la più anziana e ho viaggiato con loro lungo sette Stati. Abbiamo cercato di penetrare nella vita delle persone» ha precisato il premio Oscar, che da quest’esperienza dice di aver tratto un insegnamento di profonda umiltà.

Attrice e regista tengono a precisare che la pellicola non ha un intento politico, ma di fatto mostra un America, basata su un modello economico e sociale con una grande disparità economica tra le classi. E a chi contesta a Zaho di essere stata troppo morbida con Amazon, rispondono congiunte: «È comunque un lavoro. Queste persone hanno bisogno di lavorare».

Nomadland si regge sulla grande interpretazione dell’attrice americana e rischia di piacere unanimamente alla giuria, perché Frances McDormand è Frances McDormand («Interpreto sempre donne americane, questa è l’ultima volta», scherza), perché mette a rilievo un tema sociale di grande importanza, perché la fotografia (di Joshua James Richards che si accompagna alle musiche di Ludovico Einaudi) è molto suggestiva. Tuttavia ci sono film magari più imperfetti, ma che colpiscono molto di più il cuore (Quo vadis, Aida?) o più sperimentali (Miss Marx) che meriterebbero ugualmente di vincere il Leone o le loro protagoniste la coppa Volpi come migliore interprete femminile. Nomadland ha un mercato enorme e il palcoscenico degli Oscar che ci si augura possano raggiungere anche i film di Jasmila Žbanić e di Susanna Nicchiarelli. Ma sarà più difficile. Intanto, sarebbe bello che riconoscimenti importanti per la regista bosniaca e quella italiana partissero dalla Mostra, che a sua volta ha fatto ripartire il cinema.

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