trionfo del leader populista alle elezioni

Ungheria: schiacciante vittoria di Orban pronto a dare battaglia in Europa

dal nostro inviato Luca Veronese

Il primo ministro ungherese Viktor Orban (Ap)

5' di lettura

BUDAPEST - Viktor Orban ha stravinto le elezioni in Ungheria. La partecipazione altissima al voto consegna al premier nazionalista ed euroscettico un mandato chiaro, il terzo consecutivo, per continuare la battaglia contro Bruxelles sui migranti, sui principi stessi alla base dell'Unione. Il largo successo rilancia inoltre il leader magiaro alla testa dei Paesi euroscettici, dalla Polonia alla Slovacchia alla Repubblica Ceca, e ne fa un esempio anche per le destre populiste occidentali.
Il Fidesz, il partito di Orban, ha ottenuto il 49% dei consensi che di certo valgono la maggioranza assoluta ma che, a spoglio ultimato, dovrebbero garantire 133 seggi sui 199 totali: una supremazia schiacciante, superiore ai due terzi del Parlamento, che consentirebbe nuovamente a Orban di modificare come meglio crede la Costituzione.
La propaganda di Orban, intrisa di paura verso i migranti e di attacchi all’Unione europea, unita al sistema di potere economico costruita in questi anni, ha dunque raggiunto l’obiettivo. «Abbiamo vinto. L’Ungheria ha conquistato una grande vittoria. Questo successo è una grande opportunità per difendere il nostro Paese. La grande partecipazione al voto ha cancellato ogni dubbio», ha detto Orban nella notte, in trionfo tra i suoi sostenitori del Fidesz a Budapest.

Secondo partito dietro al Fidesz si conferma Jobbik, il Movimento per un’Ungheria migliore, la formazione razzista di estrema destra, che concentrandosi sulla battaglia contro la corruzione del governo ha raggiunto il 20% dei consensi.
A sinistra i Socialisti assieme ai Verdi con il 12% e la Coalizione democratica molto più indietro, continuano a contare poco nella politica ungherese.

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Ha votato oltre il 70% degli 8,3 milioni di ungheresi iscritti nelle liste elettorali: un’affluenza che non si registrava dal 2002. E proprio la notevole affluenza, con le file ai seggi per tutta la giornata, aveva alimentato le speranze dei partiti dell’opposizione convinti che solo una massiccia partecipazione avrebbe potuto contrastare l’egemonia del Fidesz.

Elezioni in Ungheria: verso la rielezione di Orban

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Su internet e nelle piazze gli attivisti di sinistra avevano organizzato accordi di desistenza cercando di convincere gli ungheresi a scegliere nei collegi uninominali il candidato dell’opposizione più solido, senza badare all’appartenenza politica, con un solo obiettivo: fermare il Fidesz. Ma anche questi sforzi sono stati inutili. «Non c’è dubbio che queste elezioni – spiega Robert Laszlo, analista politico del think tank indipendente Political Capital di Budapest – rafforzino il governo e la leadership di Viktor Orban non solo nel Paese ma anche in tutta l’area dell’Europa centro-orientale e nei confronti di Bruxelles. La partecipazione al voto, che si voglia o no, indica che i cittadini ungheresi hanno inteso nuovamente affidare il loro destino al premier».

La campagna elettorale di Orban è stata un continuo attacco ai migranti islamici, all'Unione europea e al miliardario George Soros. Non c’è stato comizio nel quale Orban e i suoi non abbiano agitato «i nemici della patria» colpevoli di volere «l’invasione islamica dell'Ungheria». La propaganda del governo ha puntato tutto sulla paura, sul peggiore nazionalismo mescolando falsità e affermazioni intollerabili sui migranti, sull’Europa, sui finanziamenti alle organizzazioni non governative: «I migranti sono come la ruggine che consumerà poco a poco il nostro Paese», «i migranti si prenderanno le nostre donne», «l’Unione europea vuole cancellare la nostra tradizione e la nostra religione cristiana», «Soros è il simbolo dei poteri internazionali che non vogliono un’Ungheria libera ma vogliono solo sfruttarci».

Anche all’uscita dal seggio, dopo aver votato, Orban aveva rilanciato la sfida all’Unione europea contrapponendo la sua idea di «Europa delle patrie» ai progetti per rafforzare i legami tra Stati membri proposti da Francia e Germania, sempre però dicendosi «alleato fedele delle istituzioni internazionali»: «Devo difendere il nostro Paese, agisco per difendere l'interesse dell'Ungheria, continueremo la nostra battaglia», aveva detto, per poi spiegare che «l’Unione europea non è a Bruxelles, ma è a Budapest, a Berlino, a Praga a Bucarest».

Sono innegabili i progressi dell’economia ungherese nell’era Orban: il Pil è cresciuto del 4,2% nel 2017 e anche quest’anno chiuderà sopra il 4%, la disoccupazione è ai minimi storici, le esportazioni continuano ad aumentare e non si fermano gli investimenti dall’estero. Eppure la strategia di politica economica di Orban - la cosiddetta Orbanomics, una mescola di controllo dello Stato sull’economia, tagli alle tasse, sostegno alle imprese (meglio se nazionali), aiuti ai redditi delle famiglie – è servita soprattutto a consolidare il consenso e il potere (anche di parenti e fedeli alleati) più che a rilanciare il Paese.
La prova di questo è nei percorsi di sviluppo seguiti dalla Polonia, dalla Repubblica Ceca, dalla Slovacchia, tutte economie dell’area che senza le politiche inusuali, la tensione con Bruxelles e l’esposizione mediatica di Orban, hanno migliorato il reddito pro capite più di quanto sia successo in Ungheria.
Senza considerare che la crescita economica ungherese è stata in larga parte sostenuta proprio dai fondi europei, con un’iniezione di risorse di circa 5 miliardi di euro all’anno, che fanno di Budapest il primo beneficiario nella Ue in rapporto al Pil. E senza tenere conto della corruzione alimentata da pratiche poco trasparenti anche legate all’assegnazione dei fondi europei. «Questo voto cambierà poco o niente nella politica economica del governo ungherese. Il percorso di crescita sostenuta intrapreso dall'Ungheria continuerà, come ci sarà continuità nella politica monetaria della Banca centrale, e proseguirà il risanamento del bilancio pubblico», dice Vanda Szendrei, analista di Oxford Economics. «Considerando il mandato forte ricevuto dal Fidesz – continua Szendrei - è invece prevedibile un intensificarsi delle tensioni tra il governo ungherese e l'Unione europea, in una fase complicata nella quale si decide a Bruxelles il budget comunitario e la distribuzione tra i Paesi membri dei fondi dopo il 2020».

Il Fidesz ha sfruttato la legge elettorale che favorisce i partiti maggiori e permette un capillare controllo del territorio. I 199 seggi del Parlamento magiaro vengono infatti assegnati in modo misto: il sistema, voluto da Orban per blindare la sua maggioranza, prevede che 106 seggi vengano attribuiti nei collegi uninominali e i restanti 93 seggi siano invece ripartiti secondo il criterio proporzionale.

Il consenso del Fidesz è addirittura aumentato negli ultimi quattro anni. Quando era ritornato al potere nel 2010, Orban aveva incassato quasi il 53% dei voti e con oltre i due terzi dei parlamentari aveva potuto riscrivere la Costituzione accentrando i poteri nelle sue mani e modificando profondamente il sistema di bilanciamenti istituzionali previsti fino ad allora. Nel 2014 la riconferma al governo era avvenuta invece con il 45% dei voti seppure ancora con oltre i due terzi dei parlamentari.

Grazie alla maggioranza schiacciante, in questi anni Orban ha rivisto a modo suo la democrazia ungherese, senza timori e nonostante i richiami costanti dell’Unione europea. Lo ha fatto in modo autoritario, per quanto formalmente democratico, sfidando Bruxelles: ha azzerato l’indipendenza dei media, con leggi specifiche o grazie alle acquisizioni realizzate dai suoi fedelissimi; ha assoggettato la magistratura al controllo del governo; ha di fatto annullato anche l’indipendenza della Banca centrale, guidata da un suo ex ministro; ha minacciato le organizzazioni umanitarie e le università indipendenti, in parte finanziate dal suo grande nemico, Soros, americano ma di origini ungheresi, cercando di mettere il bavaglio alle ultime voci libere rimaste nel Paese, soprattutto sulla questione dei migranti.

E anche questa volta la retorica nazionalista, l’invenzione di nemici della patria, la propaganda della paura di Orban hanno raggiunto l’obiettivo. La sua maggioranza in Parlamento è schiacciante, il suo governo è ancora più forte, in Ungheria e in Europa.

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