25 novembre

Unhcr, oltre 10mila donne rifugiate sono vittime di tratta

Scappano dalle sopraffazioni che subiscono nel loro Paese, poi subiscono violenze nelle traversate, nei centri di detenzione in Libia, sulle imbarcazioni che le portano in Italia

di Valentina Furlanetto

3' di lettura

Vi ricordate Aja? La mamma del piccolo Yusuf che durante il naufragio nel Mediterraneo dell’11 novembre urlava «I loose my baby»? Tutti abbiamo pensato per giorni a quel bambino, morto a sei mesi in mare. Ma ora concentratevi su Aja: anche lei è poco più di una bambina, ha 18 anni. Ed è una ragazza vittima di violenza. «La sua disperazione inizia a 13 anni quando in Guinea è stata costretta a sposare un uomo molto più vecchio di lei che poi l’ha abbandonata. Aja era una sposa bambina». Lo racconta Carlotta Sami, portavoce di Unhcr, l’Agenzia Onu delle Nazioni Unite, che l’ha incontrata a Lampedusa. La storia di Aja assomiglia a quella di tante donne che arrivano in Italia.

Nel 90% dei casi lo sfruttamento è sessuale

«Le donne richiedenti asilo e rifugiate – dice Sami - sono a grandissimo rischio di violenza di genere. Quando arrivano spesso hanno già subito una catena di abusi e sfruttamento. Il rischio più grande è l’uscita dai percorsi di istruzione per diventare spose bambine. Spesso vengono anche vendute. Sono state più di 10 mila negli ultimi due anni le donne che le Commissioni territoriali per l’asilo hanno classificato come vittime di tratta, con un trend di crescita. La tipologia di sfruttamento nel 90 per cento dei casi è sessuale, ma c’è anche lo sfruttamento lavorativo”.

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Ad oggi le donne migranti che arrivano via mare rappresentano il 9,9% dei migranti sbarcati. Come emerge da una ricerca del Progetto SWIM (Safe Women in Migration, finanziato dal Programma Diritti, Uguaglianza e Cittadinanza dell’Unione Europea 2014-2020) quasi la totalità delle donne migranti provenienti dall’Africa hanno nel loro viaggio subito una qualche forma di violenza.

Le rifugiate, le più colpite dalla violenza contro le donne

«Le rifugiate sono le più colpite dalla violenza contro le donne rispetto a qualsiasi altra popolazione femminile nel mondo» ha scritto la ricercatrice Silvia Sansonetti in uno studio sull’integrazione delle donne rifugiate realizzato per il Parlamento europeo. Per la maggior parte delle donne che dall’Africa s’incamminano verso l’Europa il viaggio è un tunnel di violenza da attraversare: scappano dalle sopraffazioni che subiscono nel loro Paese, poi subiscono violenze nelle traversate, nei centri di detenzione in Libia, sulle imbarcazioni che le portano in Italia. E appena sbarcate molte vengono costrette a prostituirsi. Lo sfruttamento sessuale delle ragazze nigeriane sulle strade italiane è conosciuto da una trentina d’anni ormai, quel che è meno evidente è quanto la violenza sulle rifugiate sia una violenza continua che cambia forma durante la fuga.

Ci sono diversi fattori che impediscono alle rifugiate e richiedenti asilo vittime di violenza di emanciparsi, ad esempio la barriera linguistica, la mancanza di informazioni adeguate, la differente percezione della violenza rispetto ai contesti culturali dai quali si proviene, le condizioni precarie di lavoro e regolarizzazione, la presenza di figli e il timore che vengano allontanati. Per questo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), l’Agenzia Onu per i rifugiati (Unhcr) e il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (Unicef) assieme alle Commissioni territoriali per l’asilo e al Ministero degli Interni hanno pubblicato una Guida pratica agli operatori, per dare loro gli strumenti per intercettare queste situazioni e fornire supporto, nel tentativo di sviluppare e potenziare la rete di sostegno per queste donne.

E poi c’è la violenza domestica. «In Italia – dice ancora la portavoce di Unhcr - una delle grandi conseguenze della pandemia ai danni delle donne e delle ragazze rifugiate e richiedenti asilo è stato un incremento delle denunce di violenza domestica.

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