SECONDO BLOOMBERG

UniCredit valuta taglio fino a 10mila posti lavoro. I sindacati: «Faremo a cazzotti»

UniCredit starebbe valutando il taglio fino a 10mila posti di lavoro e una riduzione dei costi operativi. Misure che rientrano nel nuovo piano strategico

di Cristina Casadei


default onloading pic

3' di lettura

Non sono solo i bancari di Deutsche bank a prepararsi a una grande riorganizzazione. Presto potrebbero esserci anche quelli di Unicredit, in tutta Europa. Secondo un ’indiscrezione di Bloomberg la banca starebbe valutando un taglio fino a 10mila posti di lavoro e una riduzione dei costi operativi. Le misure verranno rese note nel nuovo piano strategico che verrà presentato al mercato il 3 dicembre e che sarà quadriennale. Le nuove misure, sempre che i numeri siano confermati, andranno ad aggiungersi agli importanti piani di esodi incentivati già effettuati dal gruppo con gli ultimi due piani industriali.

L’indiscrezione di Bloomberg non è altro che la somma spannometrica del cosiddetto attrition rate, ossia il tasso di uscite fisiologiche dal gruppo di coloro che hanno raggiunto l’età per la pensione o sono andati in prepensionamento o hanno trovato un altro posto di lavoro. Ogni anno escono infatti dal gruppo oltre 2.500 persone ed essendo il piano quadriennale il conto è presto fatto. Il gruppo ha circa 80mila addetti, di cui 36mila in Italia e il resto in Europa: ai piani alti della torre di piazza Gae Aulenti si immagina comunque un piano di razionalizzazione dei costi che riguarderà tutta l’Europa. Non solo l’Italia. L’obiettivo del gruppo sarebbe comunque quello di agire in continuità con il passato senza licenziamenti e strappi con i sindacati. Come i precedenti, importanti piani, sono stati gestiti attraverso la concertazione con il sindacato e si è trovato smepre un accordo, così, nell’intenzione del gruppo, dovrebbe essere anche in questo caso.

I sindacati, però, di fronte alle indiscrezioni hanno avuto una reazione durissima e hanno manifestato indisponibilità a trattare l’ennesimo piano di tagli. Semmai sono pronti a scendere in piazza. «Se fosse vero - dice il segretario generale della Fabi, Lando Maria Sileoni - sarebbe una vergogna, siamo pronti alla mobilitazione. Manovre di questo tipo sono operazioni di sciacallaggio, tutte a danno del personale, di una banca che pretende di fare affari in Italia senza tener conto del contesto sociale del paese. Messaggio a Jean Pierre Mustier, ceo di Unicredit: se queste indiscrezioni fossero confermate stavolta si fa a cazzotti e se serve useremo altro». Le uscite dei precedenti piani, come hanno sottolineato all’epoca dei precedenti accordi le sigle che li hanno firmati, hanno creato non pochi disagi organizzativi ai bancari del gruppo e anche per questo i segretari generali sono intervenuti per alzare i toni. Riccardo Colombani della First Cisl dice che «l’eventuale ricorso a misure così drastiche di contenimento del costo del lavoro appare ancora più grave nel momento in cui i sindacati sono impegnati con l’Abi nella trattativa per il rinnovo del contratto nazionale». Giuliano Calcagni della Fisac Cgil, spiega che 10mila esuberi «sarebbero un atto violento contro l’Italia e i lavoratori bancari. Non ci stancheremo mai di ripetere che il lavoratore non è un costo ma una ricchezza per il Paese e per la banca. Il dottor Mustier deve sapere che contro quest'atto la Fisac farà le barricate e per lui sarà un nuovo Vietnam». Per Massimo Masi della Uilca, «sarà battaglia durissima, diventa uno stillicidio ed è un dramma perché non si che tipo di banca sarà. Il gruppo parla solo di riduzione dei costi, dimenticandosi dei ricavi». Emilio Contrasto di Unisin «considera inaccettabile un progetto in cui oltre il 20% della forza lavoro del gruppo oggi presente in Italia è considerata come esubero, quindi da eliminare dal processo produttivo».

Se i sindacati mettono l’accento sulla necessità di far ripartire i ricavi, l’istituto guidato da Jean Pierre Mustier è alle prese con le manovre in vista del nuovo piano. Nelle scorse settimane è uscito da Fineco, vendendo sul mercato il restante 18,3% della banca multicanale, dopo averne ceduto due mesi prima e con le stesse modalità il 17% per cento e adesso sta impegnando tutti i manager su una manovra che dovrà essere basata sulla crescita organica. L’efficienza dovrà essere la leva fondamentale in un contesto di debole crescita economica e di tassi negativi che si attendono per i prossimi anni in Europa. Allo stato attuale, secondo quanto trapelato nelle scorse settimane, il ceo del gruppo, non ritiene credibile una strategia basata sulla crescita dei ricavi. Per questo, realisticamente, è necessario muovere più leve e lavorare sia sulla stabilizzazione delle fonti di reddito sia sul controllo dei costi, compreso quello del lavoro . Il gruppo UniCredit, al momento non commenta, ma nemmeno smentisce le indiscrezioni. Di certo c’è il fatto che tutti i manager sono oggi focalizzati sul nuovo piano industriale e che negli ambienti sindacali si sussurra dei tagli già da molti mesi (si veda il Sole 24 Ore del 2 marzo).

LEGGI ANCHE / UniCredit studia una holding per le banche estere

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti
Loading...