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Unilever, il bucato verde e il difficile addio al petrolio

La multinazionale dal 2030 eliminerà dai detersivi ogni sostanza derivata dai combustibili fossili. Uno sforzo in cui investirà un miliardo di euro, ma che rischia di produrre risultati limitati

di Sissi Bellomo

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(AFP)

La multinazionale dal 2030 eliminerà dai detersivi ogni sostanza derivata dai combustibili fossili. Uno sforzo in cui investirà un miliardo di euro, ma che rischia di produrre risultati limitati


2' di lettura

Green washing oppure greenwashing? Unilever investirà un miliardo di dollari per eliminare entro il 2030 dai suoi detersivi ogni derivato del petrolio e del gas: in pratica offrirà solo prodotti per il lavaggio “verde”, una mossa che – viste le dimensioni della multinazionale – potrebbe incidere nella lotta contro il cambiamento climatico.

Il settore dei prodotti per la pulizia sta vivendo il suo «momento diesel», ha dichiarato il presidente della divisione Home Care, Peter ter Kulve, ricordando come lo scandalo Volkswagen abbia risvegliato la sensibilità degli automobilisti sui temi ambientali: «Penso che oggi tutti si rendano conto che è arrivato il momento di chiedersi “come facciamo a pulire in modo pulito?».

I detersivi ecologici, privi di tensioattivi e altre sostanze di origine petrolchimica, non sono certo una novità. Ma è la prima volta che a muoversi con decisione su questo fronte è un gigante dei beni di consumo. Unilever è tra i leader mondiali nei prodotti per l’igiene domestica e personale, oltre che nel Food & Beverage, presente in 190 Paesi con circa 400 marchi (in Italia nel reparto detersivi troviamo Cif, Lysoform, Svelto e Coccolino).

Eliminando le sostanze derivate da petrolio e gas a favore di additivi vegetali il gruppo – che punta ad azzerare le emissioni nette entro il 2039 – conta di ridurre di un quinto la CO2 nel ciclo di vita dei prodotti Home Care.

L’impatto sulla domanda di combustibili fossili, tuttavia, sarà minimo: la stessa Unilever stima un risparmio di un milione di tonnellate l’anno a regime, in pratica lo 0,02% del petrolio estratto l’anno scorso(4,6 miliardi di tonnellate tra greggio ed Ngl secondo l’Aie).

Di qui il sospetto che la crociata per il bucato verde serva anche a coltivare l’immagine ambientalista di cui il gruppo va orgoglioso: un po’ di greenwashing insomma, oggi quanto mai premiante.

Nell’arena sempre più affollata dell’Esg, pochi sanno muoversi bene quanto Unilever, che in materia di sostenibilità è tra da tempo tra i primi della classe, con iniziative a difesa non solo della natura, ma anche dei diritti umani, che le hanno guadagnato la stima di molte ong indipendenti.

Il Carbon Disclosure Project (CDP) da anni le assegna la «tripla A» per l’impegno contro il climate change, la protezione delle risorse idriche e delle foreste: un riconoscimento attribuito ad appena 7 grandi società nel mondo, su un totale di 182 monitorate.

Il bando delle sostanze petrolchimiche dai detersivi è solo un tassello della strategia di decarbonizzazione di Unilever, che prevede molti altri interventi, compresa la riduzione dell’impiego di plastica nel packaging: sforzi tangibili, che però dimostrano come l’addio ai combustibili fossili non sia facile, né tanto meno imminente come si vorrebbe.

La trincea di resistenza degli idrocarburi sarà anzi proprio la petrolchimica. Il settore oggi assorbe solo il 14% del petrolio (contro quasi il 60% che alimenta i trasporti), ma secondo l’Agenzia internazionale dell’energia sta conquistando il ruolo di traino per la crescita della domanda, con oltre un terzo del fabbisogno addizionale atteso al 2030 e oltre metà se si sposta l'orizzonte temporale al 2050.


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