a 10 anni dal crack lehman

Unione bancaria, il progetto che ancora manca

di Giorgio Barba Navaretti


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Il fallimento di Lehman (Ansa)

3' di lettura

Dieci anni dopo la crisi non abbiamo ancora trovato una sintesi adeguata tra riduzione e condivisione dei rischi. Questa sintesi, forse impossibile, è davvero la sola che possa garantire futura stabilità. La crisi ci ha comunque insegnato moltissimo su questo tema.

Il paradosso è che da un lato la condivisione del rischio con soggetti diversi da coloro che fanno l’investimento iniziale genera, per usare un termine tecnico ormai di uso corrente, azzardo morale, ossia una distratta valutazione dei rischi di investimento. D’altra parte l’assenza di misure di condivisione può essa stessa fonte di grande instabilità

Il fallimento di Lehman è una perfetta dimostrazione di questo paradosso. La crisi della banca e tutta la bolla dei mutui subprime è stata in gran parte dovuta a meccanismi di ingegneria finanziaria che permettevano una condivisione del rischio tra più investitori e diversi da quelli che avevano erogato il mutuo. Inoltre, per istituzioni molto grandi, c’era la presunzione del too big to fail, ossia che alla fine la mano pubblica sarebbe intervenuta.

La decisione del governo americano di non salvare la merchant bank è stato un segnale forte ai mercati. Non ci sarebbe stata condivisione dei costi del fallimento tra investitori e contribuenti. Bisognava interrompere la piaga dell’azzardo morale. Errore fatale che generò uno shock fortissimo sui mercati e scatenò la crisi finanziaria. Errore da cui il governo Usa si è ravveduto rapidamente, investendo un’enorme massa di denaro pubblico per salvare quel che rimaneva in piedi del sistema finanziario.

Con più esitazioni e meno risorse, molti Paesi europei, seguono la stessa via per sostenere le loro banche. Nella prima fase della crisi, correttamente, i danni vengono arginati grazie alle spalle larghe dei contribuenti. Ne segue una revisione radicale della regolamentazione dei sistemi finanziari e una nuova riflessione sui meccanismi di riduzione e condivisione del rischio. Le misure prudenziali delle nuove regole bancarie sia in Europa che negli Stati Uniti impongono requisiti di capitale molto più stringenti e dunque di limitare il rischio delle proprie operazioni. Inoltre, viene anche introdotto nel gennaio 2016 il principio che nel caso di fallimento i costi dovranno essere sostenuti non più dai contribuenti (bail out) ma dall’insieme di coloro che hanno conferito capitale, anche di credito, alla banca (bail in). Le banche non devono più avere profitti privati e perdite pubbliche, come era avvenuto durante la crisi. Solo per le quelle grandi sono stati spesi 205 miliardi di dollari negli Usa e 298 miliardi di euro in Europa.

Insomma si riduce il rischio e si elimina la possibilità di condividerlo con i contribuenti. La sintesi sembra trovata. Ma in realtà non è veramente così. Come ha dimostrato la crisi delle piccole banche italiane, isolare le crisi bancarie dai contribuenti è virtualmente impossibile. Anche con requisiti elevati di capitale e molte misure prudenziali in atto, alla fine è difficile evitare crisi sistemiche senza l’intervento di risorse pubbliche.

L’inevitabilità della condivisione dei rischi tra creditori e contribuenti pone però un altro tema: l’esposizione dei sovrani ai rischi bancari; e parallelamente l’esposizione delle banche ai rischi sovrani. La crisi del debito in Europa ha in gran parte avuto origine dal salvataggio delle banche all’inizio della crisi, che ha aumentato l’indebitamento degli Stati. La criticità della questione è maggiore nell’area dell’euro, dove non c’è un prestatore di ultima istanza e dove la condivisione del rischio inevitabilmente riguarda più sovrani, gli Stati membri dell’area.

Il «whatever it takes» di Mario Draghi ha probabilmente risolto la crisi sovrana. Ma la crisi stessa è esplosa perché ci è voluto moltissimo tempo prima che in Europa diventasse politicamente accettabile che la Bce comprasse, seppur sul mercato secondario, debito pubblico. E altrettanto tempo ci è voluto prima che venissero messe in comune risorse fiscali da parte degli stati membri per sostenere i Paesi in difficoltà e fare il bail out della Grecia.

La condivisione dei rischi attraverso il bilancio della Bce per una parte del quantitative easing e attraverso strumenti fiscali comuni come lo European stability mechanism, è stata dunque infine inevitabile. E il ritardo in questa condivisione ha di fatto contribuito a scatenare la crisi.

L’Unione bancaria è incompleta. Manca una garanzia comune sui depositi perché ancora si discute se sia accettabile varare un meccanismo di condivisione senza avere prima ridotto i rischi, limitando ad esempio l’esposizione delle banche verso gli Stati sovrani. Una tensione insomma che dovrà essere risolta, ma che continua a essere il simbolo della “fatica” dell’Unione europea oggi. La crisi ha insegnato che i rischi non possono essere evitati senza condivisione, almeno parziale, dei costi tra risorse private e pubbliche e nell’area euro tra Paesi membri, per quanto introducendo regole adeguate a ridurre l’azzardo morale. Sarebbe ora che l’Europa facesse tesoro di questa lezione.

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