Interventi

Unione in cerca di nuova identità

di Adriana Castagnoli


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(Marka)

3' di lettura

Vi sono molti segni che l’Europa, pilastro dell’ordine liberale, possa finire sotto una minaccia esistenziale. I sistemi di alleanze e di valori che hanno reso possibile la costruzione dell’Unione europea stanno mutando, mentre pressioni diverse minacciano di disarticolarla.

Innanzitutto, si è allargato il distacco dall’America. Le frizioni con gli Stati Uniti non sono una novità, ma l’unilateralismo di Donald Trump ha scavato un solco incolmabile. Finché è prevalso un approccio multilaterale, i dissidi sono stati in qualche modo tenuti sotto controllo. La Nato, definita obsoleta dal presidente Trump già durante la sua campagna elettorale, si basa sull’impegno alla difesa reciproca e all’intervento militare di Washington. Ma se questo viene meno, la Nato come l’abbiamo conosciuta sinora non esiste più.

La guerra dei dazi voluta da Trump contro la Cina ma presto allargata a colpire l’Unione europea, nonché́ le sanzioni contro le imprese e le banche in affari con l’Iran dopo l’uscita degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare, sono decisioni che rivelano non solo un esercizio arrogante del potere nei confronti degli alleati, quanto l’obiettivo di colpire il cuore economico della Ue. Poiché Francia e Germania formano da sole il 50% del Pil dell’Eurozona.

In queste smagliature dell’alleanza transatlantica sono emersi, poi, motivi più profondi ed emozionali, una percezione di forza e di autonomia di Berlino nella sfida per l’export globale. Già l’amministrazione Obama, nel tentativo di porre un argine al crescente deficit della bilancia commerciale, aveva collocato la Germania, insieme a Giappone e Cina, nella lista degli Stati obiettivo di possibili ritorsioni da parte americana.

Così, la costellazione che ha guidato la politica estera tedesca si è progressivamente oscurata. La Gran Bretagna non è più un alleato affidabile e l’asse con la Francia va a corrente alternata. Le relazioni transatlantiche sono da ripensare poiché gli Stati Uniti non intendono più assumersi l’onere della responsabilità internazionale come prima e per la sua sicurezza l’Europa deve fare di più che in passato. Ma, come ha osservato Jan Techau del think tank German Marshall Fund of the United States Berlino pur impegnata nell’ordine politico costruito attorno all’Unione, alla Nato e alle organizzazioni multilaterali, non sembra preparata a pagare per sostenere questo sistema malgrado gli appelli di Parigi e di Bruxelles. Né ad aumentare la spesa per rafforzare l’economia mondiale come raccomandato dal Fondo monetario internazionale e dagli Usa. Se il presidente Emmanuel Macron ha ripetutamente esposto la sua visione dell’Europa, la cancelliera Angela Merkel è stata per lo più silente.

La questione di quale Europa realizzare resta, pertanto, aperta. Il futuro dell’Unione europea, in pratica, dipende ancora da un asse franco-tedesco. Ma la Germania si è politicamente introversa sotto le spinte di un rinascente nazionalismo di cui è avanguardia Alternative für Deutschland, mentre la Francia è tornata a esercitare le sue ambizioni di guida politica ma è spossata dalla necessità di riforme economiche al suo interno.

In questa Europa sull’orlo della disarticolazione la Cina ha esteso la propria influenza con imponenti risorse finanziarie per acquisire asset tecnologici d’avanguardia, in primis in Germania, e per influire sui processi di sviluppo dei Paesi dell’Europa centro-orientale e di quelli mediterranei finanziariamente più esposti.

La ri-emersione di identità regionali e meso-regionali nonché di storici legami ideologico-culturali, negli ultimi decenni, è poi alla radice dell’opposizione al varo di misure finanziarie cruciali per la Ue da parte della nuova Lega Anseatica, la coalizione di Paesi baltici e scandinavi capeggiati dall’Olanda. O delle tendenze illiberali del Gruppo di Visegrad, guidato da Polonia e Ungheria, consolidatosi anche con l’appoggio dell’Austria. Così in Italia il governo Lega-M5s, almeno su alcuni dossier scottanti come l’immigrazione, ha mostrato di essere più vicino al Gruppo di Visegrad che a Parigi e Berlino, e ha rimesso in discussione la questione delle sanzioni a Mosca per l’annessione della Crimea nel 2014 a differenza dei partner europei. Mentre in Spagna, resta in sospeso il progetto secessionista di Barcellona.

Per Bruxelles l’allargamento ai Balcani occidentali può apparire come una compensazione alla Brexit, ma esso va considerato anche alla luce degli elementi di disarticolazione del progetto comunitario introdotti dall’ampliamento a Est del 2004-2007 con i problemi aperti dal Gruppo di Visegrad sullo stato di diritto. Infatti, sui Balcani si stanno concentrando gli appetiti di Russia e di Turchia, per le quali Eurasia ed Eurasianesimo costituiscono visioni dai forti accenti nazionalistici.

In pratica, il processo di allargamento potrebbe avere effetti dirimenti tanto sulla coesione interna dell’Unione europea, ampliandone i rischi di “recessione democratica” indicati da Larry Diamond, quanto sulla sua identità, sul suo essere ancora Occidente o in parte un nuovo Oriente.

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