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Unipol, l’allarme di Cimbri: «Costretti a vendere titoli di Stato italiani»

Il peso dei governativi andrà al 40%: 10 miliardi di BTp in meno in portafoglio. La holding pronta a pagare la cedola non appena il regolatore toglierà il divieto

di Laura Galvagni

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(ANSA)

Il peso dei governativi andrà al 40%: 10 miliardi di BTp in meno in portafoglio. La holding pronta a pagare la cedola non appena il regolatore toglierà il divieto


3' di lettura

Unipol abbasserà drasticamente il peso dei titoli di stato italiani nel proprio portafoglio investimenti. Durante la conference call di presentazione dei dati relativi al primo semestre 2020, il ceo Carlo Cimbri, è stato piuttosto netto: «Con grande rammarico ridurremo l’esposizione sull’Italia, privilegiando titoli di altri paesi, è una mossa necessaria per arginare la volatilità della Solvency: non possiamo fare diversamente perché il nostro mandato è amministrare al meglio i soldi degli assicurati e degli azionisti». E in una fase come questa, dove lo scenario è fortemente incerto causa pandemia, avere il portafoglio gonfio di Btp è una strategia che non paga sul piano degli indicatori patrimoniali che, per come sono stati concepiti, subiscono in maniera amplificata le variazioni dello spread e dei mercati finanziari in generale.

Soglia abbassata al 40%

Così Unipol, che ha sempre avuto il 55% dei propri asset investiti sul paese, «sarà costretta a portare questa soglia abbastanza rapidamente giù fino al 40%». Ora è già poco sopra il 47% ma, per essere chiari, a fronte di asset under management per circa 58 miliardi, vorrà dire detenere massimo 23 miliardi di titoli di stato italiano, contro i 32 miliardi precedenti (55%). Quasi 10 miliardi in meno e questo in una fase in cui, «un paese già indebitato come il nostro, si prepara a indebitarsi ulteriormente per far fronte alla crisi». «L’Italia - ha sottolineato il manager - dovrebbe trovare il modo di canalizzare il risparmio in titoli domestici piuttosto che obbligare nei fatti a investire in titoli di altri Paesi». Cruciale, in questo senso, potrebbe essere l’avvio di un confronto sulla revisione dei meccanismi di Solvency.

E per restare in tema di regole, il ceo di Unipol, ha anche apertamente contestato la richiesta, di cui Ivass si è fatta portavoce, ma nata in seno all’Europa, di congelare il pagamento dei dividendi. Provvedimento a suo parere discutibile perchè «generalizzato; perchè produce disparità e penalizza chi ha rispetto le raccomandazioni (secondo uno studio di Morgan Stanley il 69% delle compagnie Ue ha già pagato la cedola, ndr) e tiene bloccate a livello europeo miliardi di risorse» che altrimenti andrebbero a sostegno dell’economia. Nonostante questo, Unipol, pur considerando «sbagliato» il monito arrivato dalla autorità europee, non metterà «mai in difficoltà il regolatore italiano procedendo in modo contrario».

Il pagamento della cedola

La cedola 2019, quindi, verrà pagata non appena il regolatore lo consentirà: «Lo liquideremo non appena cesseranno i divieti». Questo perché, «guardando ai risultati del primo semestre 2020 Unipol è perfettamente nelle condizioni di pagare la cedola a valere sul 2019», e peraltro anche quella relativa all’esercizio in corso. D’altra parte in sei mesi a livello civilistico «ha già traguardato la soglia dei 300 milioni di profitti» e ha una Solvency che, passata la bufera, è di fatto identica a quella del 31 dicembre scorso. In altre parole, «tutti i numeri e tutte le tendenze mostrano dei risultati particolarmente solidi». Tanto che «gli obiettivi sia del 2020 che del 2021 potranno essere abbastanza agevolmente raggiunti».

Questo anche grazie a una sinistralità molto contenuta causa lockdown. Sulla scia del crollo dei sinistri il gruppo ha infatti chiuso il primo semestre del 2020 con un risultato netto consolidato di 617 milioni, in crescita del 74% rispetto ai 353 milioni del 2019 (dato normalizzato dagli effetti del primo consolidamento con il metodo del patrimonio netto della quota in Bper). Il contesto generale ha prodotto un forte miglioramento del combined ratio, calato all’82,1% rispetto al 94,6% registrato nel primo semestre 2019. Peraltro, a giugno e a luglio non è stata osservata alcuna ripresa della frequenza, anzi: «Nell’auto abbiamo segnato un calo del 20% delle denunce rispetto all’anno precedente e uguale nel comparto salute».

Semestre in crescita per UnipolSai

Intanto, il Solvency ratio consolidato è risalito al 188% dal 155% del 31 marzo mentre la raccolta diretta assicurativa è scesa a 6,1 miliardi di euro (-16,4%) con il Danni che è calato del 4,4% a 3,9 miliardi e il Vita del 31,8% a 2,2 miliardi. Per la controllata UnipolSai, di cui ora la holding detiene l’84,5% e non sono esclusi ulteriori acquisti, il primo semestre si è chiuso con un risultato netto consolidato in decisa crescita (+48%) e pari a 560 milioni rispetto ai 377 milioni del 30 giugno 2019.

Infine, un passaggio anche su Intesa Sanpaolo-Ubi, partita dalla quale Unipol si aspetta una capacità di produzione nel vita di «1,5-2 miliardi l’anno e 8-9 miliardi di riserve».

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