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Unisg Pollenzo e Ceresio Investors: «Il food crescerà più del Pil nonostante l’allarme costi»

Per l’ottavo Food Industry Monitor le imprese di proprietà familiare sono più resilienti della mina inflazione, ma non devono rallentare il percorso di acquisizioni e consolidamento

di Emiliano Sgambato

4' di lettura

La catena degli scambi internazionali inceppata, i costi delle materie prime alle stelle e le conseguenti spinte inflazionistiche stanno mettendo in seria crisi l’economia mondiale. Nonostante la tempesta non risparmi il settore alimentare, il food italiano è cresciuto di quasi il 7% lo scorso anno e nel prossimo la crescita supererà ancora il Pil con un distacco sensibilmente superiore a quello registrato nel 2021. In gioco è però la marginalità: i fatturati nel 2022 rischiano di essere “mangiati” dall’inflazione e i ricavi reali (cioè misurati al netto della perdita di valore dell’euro) potranno registrare il segno meno.

In un contesto in cui comunque il food&beverage resisterà meglio di altri settori, un ruolo da protagonista continueranno a ricoprirlo le imprese a guida familiare. E sulla sostenibilità non si torna indietro, con la quasi totalità delle aziende che sta mettendo in campo azioni concrete per l’ambiente.

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Sono i punti fermi che emergono dall’ottavo Food Industry Monitor dell’Università delle Scienze Gastronomiche di Pollenzo e Ceresio Investors, che analizza le performance di 852 aziende con un fatturato aggregato di circa 65 miliardi (circa il 75% di tutte le società di capitale operanti nel settore). Il Monitor è stato presentato durante un convegno a cui hanno partecipato, tra gli altri, esponenti di aziende come Berlucchi, Balocco, Farchioni, Fiorentini e xtraWine, che hanno testimoniato come ormai spesso sia impossibile mantenere un guadagno rispetto a costi molto elevati (che sia per motivi reali o dovuti a fenomeni speculativi per la realtà operativa poco cambia).
L’emergenza sta andando poi oltre l’aumento dei costi, verso una vera e propria mancanza di forniture. «Il riso sta diventando introvabile – testimonia ad esempio Simona Fiorentini dell’omonima Spa – e su alcuni prodotti abbiamo deciso di sospendere le forniture davanti al rifiuto di alzare i listini». «A volte dobbiamo lottare con i terrapiattisti», conferma Alberto Balocco, ceo di Baloco Spa, riferendosi a chi si rifiuta di accettare l’evidenza della necessità di alzare i prezzi davanti a un balzo dei costi sotto gli occhi di tutti.

Tuttavia, secondo l’Osservatorio, «la crescita si protrarrà anche nel 2022 e nel 2023, con tassi intorno al 4% annuo, più del doppio del Pil». Ma sotto l’inflazione. E ancora: «La redditività commerciale (Ros) ha raggiunto il 6,5% nel 2021, e le proiezioni indicano una sostanziale tenuta anche per 2022, nonostante le forti tensioni sui prezzi delle materie prime. La struttura finanziaria delle aziende del settore resta solida, con una lieve crescita del tasso di indebitamento».

Le performance di lungo periodo evidenziano che i comparti che hanno ottenuto una crescita dei ricavi superiore alla media del settore sono stati: surgelati, latte, caffè, farine, pasta, dolci, vino, conserve e salumi.
L’export continuerà a crescere, anche se a tassi molto più bassi rispetto a quelli registrati in un anno record come il 2021 (+10%), con distillati, birra, latte e derivati, vino, acque e soft drink che andranno meglio della media .

«Il settore food ha potuto contare su buona tenuta dei consumi interni e anche della forte ripresa dell’export – commenta il professor Carmine Garzia, coordinatore scientifico dell’Osservatorio – certo che sarà molto difficile mantenere i dati del 2021 con l’inflazione che toglie potere di acquisto ai consumatori e spinge le aziende ad aumentare i prezzi, per via del costo dell’energia e delle materie prime. L’inflazione ha fondamentalmente una componente energetica che si ripercuote soprattutto sulle aziende che lavorano su prodotti a breve termine, quindi molto coinvolto è il food. Siamo anche molto legati alla Germania per l’export e in Germania l’inflazione sta impattando anche peggio che altrove. In questa situazione è chiaro che non è facile fare previsioni e che la tentazione delle aziende sia di tagliare i costi legati alla sostenibilità e scaricarli sui listini. II settore ha tuttavia una resilienza strutturale data dalla solidità delle aziende che sono prevalentemente di proprietà familiare e vedono i membri della famiglia attivamente impegnati nella gestione, con un chiaro orientamento verso l’innovazione sostenibile».

L'analisi delle performance di sostenibilità evidenzia infatti che il 98% delle aziende utilizza del tutto o in parte materie prime a ridotto impatto ambientale. Circa l'88% delle aziende usa in via esclusiva o prevalente packaging sostenibili. Il 57% ha ottenuto una o più certificazioni inerenti alla sostenibilità ambientale e il 30% pubblica un bilancio di sostenibilità, mediamente da almeno tre anni.
«Tuttavia solo il 22% delle aziende utilizza materie prime sostenibili in modo prevalente. Rispetto ai dati dello scorso anno, le imprese stanno comunque incrementando in modo significativo gli investimenti in sostenibilità», precisa Garzia.

«Il 70% delle aziende di proprietà familiare dell’agroalimentare sono in mano alla prima generazione e meno del 3% è in mano alla terza e alla quarta. La questione del passaggio generazionale – aggiunge Alessandro Santini, head of corporate & investment banking per Ceresio Investors – rimane cruciale, con oltre l’80% delle aziende sotto i 20 milioni di fatturato a conduzione familiare. Negli ultimi anni è iniziato un processo di consolidamento ma c’è ancora molto da fare per garantire crescita e continuità. Servono risorse che in prima battuta si possono trovare aggregandosi, così da raggiungere la massa critica per essere attraenti per gli investitori. Un trend negli ultimi anni già attivo nel vino, e tra i settori particolarmente dinamici ci sono caffè e food tech. L’80% delle aziende è sotto gli 80 milioni di fatturato, sono poco patrimonializzate e mediamente indebitate: dobbiamo chiederci quanto possono resistere se anche le più solide ci dicono che stanno affrontando difficoltà».

Uno scenario che attiva, secondo Garzia, tre sfide: «Il patrimonio costituito dalle nuove generazioni di consumatori deve essere difeso dalla possibile involuzione dei trend di consumo – prosegue Garzia – . Le imprese e gli imprenditori sono chiamati ad una prova di coraggio per tenere la “barra dritta” sulle strategie di crescita sostenibile. Terzo: occorre una politica industriale per lo sviluppo sostenibile del food che metta insieme produzione e industria».

Un cammino che potrà essere agevolato anche dall’azione accademica dell’Università di Pollenzo, che conta sulla collaborazione con 150 aziende e punta ad aumentare gli studenti nei prossimi due anni, anche grazie all’attivazione di una laurea magistrale in “International gastronomies and food geo-politics”.  Un percorso che fin dall’inizio qinveste sull’inclusività e la solidarietà a livello internazionale: anche per questo il 10% dei posti in ateneo è coperto da borse di studio, assegnate quest’anno nella serata precedente alla presentazione del Food industry Monitor.

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