Formazione in evoluzione

Università connesse con il territorio per rispondere alla concorrenza globale

L’offerta delle grandi università nel post-Covid punta su interi corsi di laurea a distanza: la competizione nell’education diventa sempre più mondiale

di Pierangelo Soldavini

Epa

3' di lettura

Un’università che potrebbe durare per tutta la vita è una prospettiva non così lontana. «Non ha senso che i ragazzi ricevano tutta la loro formazione quando hanno vent’anni: se viviamo fino a 80 anni ci dovrebbero essere diverse occasioni per tornare a scuola», ha affermato Debora Spar, senior associate dean della Harvard Business School Online.

Proprio Harvard ha lanciato “certificati” per laureati nel pieno della vita professionale: erano 500 studenti sei anni fa, ora sono 30mila. La Business School della Columbia è andata oltre con Alumni Edge che, già compreso nel corso di laurea, offre agli studenti la possibilità di accedere a formazione negli anni successivi.

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Non è solo il lifelong learning a essere sotto i riflettori. Le grandi istituzioni accademiche anglosassoni stanno proseguendo con convinzione la didattica a distanza già sperimentata durante il lockdown. Lasciando intendere di puntare a conquistare una nuova platea globale di studenti a cui proporre un’offerta formativa compleae di alta qualità, non singoli corsi da fruire come Mooc.

Di università telematiche ne esistono già, ma se scendono in campo Harvard, Columbia, Cambridge e Oxforde la concorrenza sale immediatamente di livello, fornendo agli studenti una terza via tra l’università locale e la costosa opzione degli studi all’estero.

Anche nella formazione terziaria la pandemia ha impresso un’accelerazione sulla digitalizzazione: da mesi il dibattito si incentra sulle opportunità e i limiti della didattica a distanza come contrapposta alla lezione in presenza. Questi mesi hanno però permesso di testare gli strumenti digitali, permettendo di fare una valutazione più consapevole delle nuove modalità di trasferimento della conoscenza. Che si va sviluppando nella direzione di un’ibridazione tra fisico e digitale integrando le rispettive opportunità.

«Non possiamo prescindere dal mantenere al centro l’esperienza e la relazione, i fattori unici che possono garantire valore aggiunto alla crescita delle competenze, gli strumenti tecnologici possono potenziare l’offerta in presenza – sostiene Ferruccio Resta, rettore del Politecnico di Milano nonché presidente della Conferenza dei rettori (Crui) -. Quello che decide la qualità di una vera integrazione è il punto di equilibrio che sappia integrare il valore esperienziale con la trasformazione digitale».

Un equilibrio che deve partire da un’offerta digitale di qualità elevata, non mera replica della lezione tradizionale, integrata con una didattica che punti sull’interazione e sul lavoro di gruppo. «Il digitale – aggiunge Andrea Bonaccorsi, docente di Ingegneria gestionale all’Università di Pisa, ex consigliere Anvur e padre putativo della “terza missione” dell’università - permette di scorporare le due anime della formazione: una più recitativa, top-down, di trasmissione della conoscenza, e una di interazione d’aula, finora rimasta in secondo piano, che ora può e deve diventare modalità di apprendimento vero, strumento essenziale in cui l’interazione tra studente e docente si trasforma in fonte di nuovo apprendimento. Se la prima componente viene trasferita in modalità digitali adeguate, questo può liberare risorse per permettere ai docenti di puntare sulla seconda creando forme nuove e uniche di interazione su percorsi problematici da affrontare insieme, mediante processi unici e non replicabili».

L’esperienza non è solo quella in aula, ma anche quella legata al territorio, che può accrescere il valore dell’offerta rispetto alla concorrenza online. «Ogni ateneo deve partire dalla consapevolezza del proprio posizionamento. Poi si tratta di valorizzare le opportunità di ecosistema della formazione a livello locale – prosegue Resta – ma anche di garantire un’attrattività complessiva come sistema territoriale. Bisogna ripartire dal principio di territorio come destinazione della formazione con politiche complessive che coinvolgano tutti gli attori, dagli enti locali al Governo alle aziende, per poter intercettare una mobilità studentesca crescente».

La trasformazione dell’offerta formativa deve andare quindi di pari passo con un mercato del lavoro competitivo, competenze adeguate, industrie aperte, un welfare e una qualità della vita elevati. Insomma, un’università inserita in un sistema Paese più attrattivo nel suo complesso.

Solo così si potrà contenere l’offensiva di università straniere, ma anche, in prospettiva, di Big Tech che è molto attratto dall’education. Con ogni probabilità facendo leva su offerte più specifiche sull’aspetto professionalizzante. «Il segmento della formazione continua – sottolinea Bonaccorsi - è senz’altro più vulnerabile di fronte a un’offerta strutturata da parte di agenti esterni, con unità di formazione più piccole e flessibili ma certificate. Come peraltro rischia di essere scoperta anche la formazione tecnica superiore legata alle competenze vocazionali, soprattutto in ambito manifatturiero e nel terziario dove l’Italia avrebbe assoluta necessità di competenze che non possono essere demandate all’università”.

Anche per la formazione si aprono quindi grandi minacce e grandi opportunità. Finora, tanto più nel mondo dell’istruzione le trasformazioni erano lente. Oggi invece la velocità è il fattore determinante anche in questo settore per non perdere il treno.

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