Intervista a Matteo Lorito

«Università e ampie cordate pronte per il Recovery Plan»

Il Rettore della Università Federico II di Napoli parla di una mobilitazione di atenei, imprese e centri di ricerca per progettare gli interventi da realizzare con i fondi del Pnrr

di Vera Viola

4' di lettura

I lavori per l’attuazione del Pnrr sono iniziati. In che modo? 

«Stiamo dialogando all’interno dell’Università e fuori. Si sta costituendo una rete inedita, una alleanza mai sperimentata prima. Del resto ciò è necessario perchè è richiesto dalla Ue per l’utilizzo del fondi di Next Generation Eu. Potrei dire che le università sono pronte a partire. Ma, più in generale, lo sono le grandi cordate che si stanno formando per partecipare ai grandi progetti del Recovery Plan». Ne parla Matteo Lorito, da poco più di un anno rettore della università napoletana Federico II, la più grande e antica del Mezzogiorno.

Loading...

La Svimez ha lanciato un allarme: sostiene che si rischia di non realizzare gli obiettivi del Recovery Plan, in primis l’eliminazione dei divari.

Le Università del Sud hanno già dimostrato di saper realizzare progetti di grande rilevanza in un contesto difficile. Con l’interazione con le Regioni si faciliterà l’attuazione. Certo, bisogna insistere sulla semplificazione amministrativa e soprattutto di spesa. Il Pnrr è un programma per obiettivi: in altre parole, la Ue riconoscerà i finanziamenti se saranno realizzati gli obiettivi, a prescindere da quanto speso. In ogni caso, c’è una mobilitazione nuova. Ne abbiamo un esempio: il bando dell’Agenzia per la Coesione Territoriale per il recupero di strutture universitarie in aree degradate ha ricevuto 400 progetti da università ed enti di ricerca del solo Meridione.

Su quali progetti, in particolare, è già partito il vostro lavoro? 

Si lavora su diversi fronti. Siamo molto concentrati sul progetto del Centro nazionale di ricerca denominato “Agritech” per il quale sarà avanzata la candidatura della Campania. Si tratta di un progetto nazionale, uno dei cinque , per i quali il ministero della Ricerca ha previsto per l’hub una sede istituzionale e amministrativa, con il compito di coordinamento degli spoke: nove strutture indipendenti che sorgeranno in diverse regioni, faranno ricerca e potranno ricevere finanziamenti dall’hub. Gli spoke saranno centri promossi da istituzioni e singoli ricercatori. In altre parole, lo spoke sarà una federazione di centri di ricerca coordinati dall’hub.

Negli anni sono stati finanziati diversi centri di ricerca, troppo spesso rivelatisi insostenibili. Il rischio esiste anche adesso?

No. Siamo in una fase diversa. C’è attenzione alla sostenibilità sin dalla programmazione. Ci viene richiesto di costituire sin da ora i partenariati. Quando si parla di ricerca di base, così come quando ci occupiamo di trasferimento tecnologico, dobbiamo coinvolgere i partner che assicurino la sostenibilità dell’iniziativa. Ed è per questo che le cordate che si sono formate vedono ampiamente coinvolto il mondo delle imprese.

La Federico II che ruolo svolge?

Nel Mezzogiorno siamo coinvolti in tutti i partenariati e nei progetti di tutti i centri nazionali. Nel piano per Agritech siamo capofila. Ora il lavoro da fare è individuare le ricerche, quelle più valide e all’avanguardia, sopratutto quelle che si occupano di transizione digitale ed ecologica. Così potremo indirizzare la spesa su programmi validi e che sono già avviati. In questo modo potremo impiegare quel 40% di risorse riservato al Sud.

Improvvisamente il mondo universitario ha la possibilità di gestire molti fondi...si smarrisce?

Parliamo di risorse per circa 400 milioni. Direi che con gli ultimi governi è cambiato l’approccio alla ricerca e alla università. Avremo risorse per 3,5 milioni per l’edilizia sanitaria, e molte altre per reclutare ricercatori e professori.

Nel ridisegnare la mappa della ricerca si fa riferimento a modelli. La Federico II propone il suo modello “San Giovanni”.

È così. Abbiamo una best practices nel polo di San Giovanni a Teduccio, dove convivono formazione universitaria, academy internazionali, laboratori di ricerca e imprese. Oggi vi si sono insediate ben 15 grandi imprese, due grandi banche italiane. E molto altro.

E a quanto pare siete pronti a replicare...a Scampia.

Siamo vicini all’inaugurazione che potrebbe esserci in primavera. A Scampia, altro quartiere simbolo e degradato, sta per essere inaugurato il polo universitario. In un edificio molto bello concentreremo le lauree sanitarie, parti della Facoltà di Medicina, laboratori, ambulatori, la medicina del territorio. Vi si localizzeranno aziende: già quattro grandi imprese del farmaco sono in arrivo. Ci sarà il polo della medicina tecnologica, con medici e ingegneri.

Ben vangano le nuove strutture. Ma paradossalmente le università del Sud devono fare i conti con il calo delle immatricolazioni.

Ciò non vale per tutti gli atenei. La situazione è differenziata. La Federico II ha iscrizioni in aumento e ha superato i 78mila studenti. Lo studente chiede anche servizi e sbocchi lavorativi.

Come attrarre i giovani che vanno a studiare all’estero?

In Federico II abbiamo ampliato la no tax area fino a 26mila euro. Oggi il 60% degli studenti non paga o gode di facilitazioni. Abbiamo una nuova governance di ateneo guidata dal direttare generale Alessandro Buttà, che ha, tra tanti compiti difficili, una missione prioritaria: occuparsi del diritto allo studio. E lo sta facendo con successo.

E per attrarre invece i ricercatori che vanno all’estero?

Siamo in una fase in cui si aprono molti spazi nelle università per i giovani ricercatori e dottorandi. Nel nostro ateneo abbiamo 400 posti da assegnare e lo faremo in meno di un mese. Ma da qui a un triennio assumeremo almeno mille persone al netto delle professionalità necessarie per il Pnrr. Gli atenei di oggi, anche al Sud, già non sono più quelli di ieri.

Riproduzione riservata ©

loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti