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Università, Harvard e Mit denunciano Trump per il giro di vite sugli studenti internazionali

L’ordine espelle o rifiuta il visto a chi potrà frequentare solo classi online. Incertezze per 1 milione di giovani che portano in dote 41 miliardi

di Marco Valsania

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L’università di Harvard (Usa)

L’ordine espelle o rifiuta il visto a chi potrà frequentare solo classi online. Incertezze per 1 milione di giovani che portano in dote 41 miliardi


5' di lettura

Harvard addio? E forse addio, o almeno arrivederci, da parte di grandi università americane a una fetta di quegli oltre 40 miliardi che gli studenti internazionali portano con sé quando si iscrivono e frequentano i centri accademici negli Stati Uniti. Le autorità statunitensi dell'immigrazione, davanti ad una pandemia che crea gravi perplessità sul grado di riapertura fisica dei college a fine estate, sono intervenute con durezza scatenando un grave scontro con le istituzioni accademiche americane cruciali per l'innovazione e competitività del Paese. Hanno dato un giro di vite ai criteri per i visti, vietando agli studenti esteri di entrare o di rimanere nel Paese se, per scelta di salute o per obbligo, potranno frequentare, venga settembre, soltanto corsi online. Una decisione che minaccia di scoraggiare tanti e di lasciare tanti altri in un limbo, a rischio di espulsione. L'unica opzione in quell'ipotesi diventerebbe seguire corsi remoti dalla propria patria, con incognite che comprendono fusi orari oltre ai difetti strutturali delle lezioni via Internet.

Il ricorso di Harvard e Mit

Due celebri università - Harvard, che programmava un avvio dell'anno interamente online, e il Mit - hanno immediatamente reagito e presentato ricorso legale, lanciando un aperto guanto di sfida al governo. Hanno denunciato l'amministrazione Trump per la nuova “direttiva”, castigata come un vero e proprio irresponsabile ricatto. Parte della crociata del Presidente per far riaprire il Paese – scuole comprese - a ogni costo, anche mentre la pandemia ancora avanza e travolgendo i piani cauti che i college stanno cercando di mettere a punto. “L'ordine è arrivato senza alcun preavviso, la sua crudeltà superata solo dalla sua irresponsabilità” ha scritto a facoltà e studenti il presidente di Harvard Lawrence Bacow. “Appare concepito per mettere pressione di proposito su college e università affinchè aprano le classi nel campus per lezioni di persona in autunno, senza riguardo per le preoccupazioni per la salute e la sicurezza di studenti, insegnanti e altri”.

“Tornino a casa”

Ma Kenneth Cuccinelli, ministro a interim della Sicurezza domestica, non ha fatto marce indietro o eccezioni in dichiarazioni pubbliche secche e a muso duro - non solo per chi dovrebbe arrivare ma anche per chi si trova già negli Stati Uniti. Si è limitato a , in stile America First, che “se non sono veri studenti o sono al 100% online non hanno motivo per restare qui. Devono tornare a casa e poi tornare quando le scuole riaprono”.

In gioco 41 miliardi

Il colpo, se le norme resteranno, minaccia di essere duro per i college statunitensi che aspirano ad attirare il talento globale - e le sue rette. Un patrimonio economico non indifferente: gli oltre un milione di iscritti da oltre confine, finora con regolari visti, rappresentano circa il 5% del totale del corpo studentesco americano, ma una porzione ancora più significativa delle entrate perché di regola pagano a prezzo pieno, mentre nell'80% e più dei casi gli studenti locali ricevano borse di studio o aiuti. Per l'esattezza, la Nafsa, l'associazione degli International Educators, ha stimato che in anno accademico questo esercito di giovani contribuisce 41 miliardi all'attività economica e sostiene quasi mezzo milione di posti di lavoro, 458.290. Un esempio persino nel cuore del Paese: in Michigan ci sono 33.236 studenti internazionali che contribuiscono 1,2 miliardi alla sua economia in un anno.

La flessibilità perduta

Gli studenti internazionali avevano beneficiato di flessibilità finora legata alla devastazioni provocate dal coronavirus. Se tradizionalmente, sono tenuti a frequentare solo un numero limitato di corsi online, ma con la pandemia era stata consentita loro maggiore flessibilità per i semestri primaverili e estivi. Se molti studenti erano stati costretti a rientrare a casa, altri si erano ingegnati per rimanere, trovando soluzioni abitative d'emergenza e sforzandosi di continuare a pagare costi pur spesso senza un lavoro e senza avere diritto, in quanto stranieri, a fondi federali per il soccorso anti-pandemia.

E' una simile flessibilità che ora viene meno nelle nuove regole emesse dall'Ice, l'ufficio immigrazione, per la precisione dal suo Student and Exchange Visitor Program. “Gli studenti attivi e attualmente negli Stati Uniti iscritti a simili programmi (opzioni unicamente online, Ndr.) devono immediatamente lasciare il Paese o prendere altre misure, quali trasferirsi ad una scuola che abbia corsi condotti di persona per mantenere il lro status legale”, fa sapere l'ente. “Altrimenti potranno dover affrontare conseguenze tra le quali, ma soltanto, l'avvio di procedure di espulsione”. Vale a dire che con le nuove norme il Dipartimento di Stato non emetterà più visti per simili studenti, che a loro non sarà concesso l'ingresso nel Paese e che chi è rimasto negli Usa dovrà appunto correre ai ripari. Tra i suggerimenti dell'Ice c'è anche una “appropriata sospensione degli studi per ragioni mediche”. I visti interessati sono gli F-1 e M-1.

Il provvedimento controverso

Più in dettaglio, gli studenti dovranno verificare con la loro università la tipologia del programma accademico offerto. Università che opereranno normalmente, poche o nulle, dovranno rispettare requisiti che permettono solo una classe in modalità online. Chi avrà un modello ibrido, parte lezioni fisiche e parte online, potrà avere studenti internazionali che seguono maggiori corsi online ma dovrà “certificare che non sia interamente online, che lo studente non scelga un percorso di studi interamente remoto nel semestre e che frequenti il numero minimo di classi online richiesto per il progresso normale verso la laurea”.

I piani cauti dei college

Tutto questo mentre confusione e incertezze regnano tuttora sul futuro anno scolastico. La Casa Bianca di Donald Trump preme per una normalizzazione, come fa per l'intera economia, nonostante la recrudescenza delle infezioni già adesso. I college sono più prudenti. L'8% dei college ha pianificato di operare online, stando al Chronicle of Higher Education che segue oltre mille università. Il 60% prevede lezioni di persona e il 23% un modello ibrido, con un altro 8,5% ancora incerto e una situazione che evolve continuamente legata al rischio da coronavirus. Sono previste, in generale, anche numerose iniziative per ridurre la densità di classi, pensionati studenteschi e altri spazi, con ad esempio turni e semestri accorciati e a rotazione tra gli iscritti. Oltre a precauzioni sanitarie e test diffusi e costanti.

Da Harvard a Usc, NYU e Arizona

Harvard di recente aveva proprio annunciato che tutti gli studenti cominceranno l'anno accademico con lezioni via remota, anche se prevede di far arrivare nel campus il 40% di chi studia per la prima laurea, compresi tutti i nuovi iscritti. Anche la University of Southern California, a sua volta grande polo per studenti da ogni parte del mondo, ha in programma un avvio dell'anno del tutto online. Alcune università hanno reagito affermando di essere convinte di poter salvaguardare gli studenti stranieri. New York University, che ne ha il record con quasi 20.000 l'anno scorso, ritiene che il suo piano ibrido consenta a gran parte dei suoi iscritti stranieri di partecipare ad almeno una classe di persona, evitando l'espulsione. Ha però a sua volta attaccato il, provvedimento dell'amministrazione come “inutilmente rigido”. La University of Arizona, che ha 4.000 studenti esteri, ha assicurato che garantirà loro una frequenza a cassi adeguata per rimanere nel Paese. Severe proteste sono arrivate anche da associazioni del settore. L'American Council on Education ha criticato la “confusione e complessità dove serve invece certezza e chiarezza”, parlando di un “grande passo nella direzione sbagliata”.

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