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Università Usa in Italia, mancano all’appello 35mila iscritti e 700 milioni

L’emergenza Covid stravolge il sistema economico creato dai 165 istituti Usa con sede in Italia che danno lavoro a 11mila persone

di Silvia Pieraccini

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Gli studenti Isi Florence a lezione dentro Palazzo Rucellai a Firenze

L’emergenza Covid stravolge il sistema economico creato dai 165 istituti Usa con sede in Italia che danno lavoro a 11mila persone


3' di lettura

L’emergenza Covid stravolge un sistema culturale e economico che vale più di 700 milioni: è quello alimentato dalle Università americane che hanno sede e programmi di studio in Italia, più di 160 istituti basati soprattutto a Roma (una sessantina) e Firenze (una cinquantina) che accolgono ogni anno circa 35mila studenti stranieri e danno lavoro a 11mila persone tra docenti e personale amministrativo. Tra le più famose ci sono John Cabot, American University of Rome, Kent State, Syracuse, New York University.

Col passaggio dell’allerta Usa sull’emergenza sanitaria dal livello 2 al livello 3, tra la fine febbraio e l’inizio di marzo, tutti gli studenti che si trovavano in Italia sono stati richiamati in patria dalle Università di appartenenza. E in poche settimane il sistema tricolore si è azzerato.

La totalità delle Università americane ha cancellato i corsi estivi (giugno-luglio) nel Belpaese, tutte hanno forti dubbi sulla possibilità di ripartire in settembre-ottobre. Le speranze di riavvio sono spostate, per adesso, all’inizio del 2021, e anche oltre.

«Ma c'è il rischio che molte scuole di media dimensione che avevano programmi in Italia non riaprano – spiega Matteo Duni, presidente di Asaui, l’associazione dei docenti delle Università americane in Italia – anche perché alcuni istituti, che erano in difficoltà finanziaria prima della pandemia, sono già falliti. Mentre le Università più solide, che con tutta probabilità vedranno diminuire le iscrizioni a causa della crisi indotta dal Covid, potrebbero trovare più conveniente tenere gli studenti negli Stati Uniti».

Gli effetti sull’occupazione in Italia sono già visibili: «La crisi ha cancellato o messo a rischio centinaia di posti di lavoro, soprattutto contratti a termine e partite Iva», dice Duni. Gli effetti sulla contrazione di un sistema di alta formazione che arricchiva il Paese, sia sul fronte culturale che economico (tra affitti pagati dalle scuole e dagli studenti, ristoranti, musei, consumi vari anche dei familiari in visita), si sentiranno presto.

«Il ritorno degli studenti in Italia è impensabile nel breve periodo – spiega Fabrizio Ricciardelli, direttore della Kent State University e segretario dell’associazione Aacupi che riunisce 165 Università e college statunitensi, canadesi e australiani che hanno sede in Italia –. Dopo la cancellazione dei corsi estivi, anche i programmi autunnali sono fortemente a rischio».
La Kent University, per esempio, li ha già cancellati e ha fissato la ripartenza delle lezioni per l’inizio di gennaio. La decisione è legata all’incertezza sulla ripresa delle lezioni “in presenza” nelle Università italiane; al blocco del governo statunitense sul rilascio dei passaporti; all’incertezza sul trattamento da riservare agli studenti americani in Italia in caso di malattia da Covid.

«Stiamo dialogando con la Regione Toscana per permettere agli studenti americani di accedere al servizio sanitario nazionale come i cittadini italiani – spiega Ricciardelli – e stiamo stringendo un accordo con la Misericordia per istituire un numero verde da chiamare per fare gli esami in caso di necessità».

Ma l’elemento che, secondo il segretario Aacupi, potrebbe dare una forte spinta alla ripartenza dei programmi universitari americani in Italia è di tipo giuridico: «Il Governo italiano dovrebbe garantire la dichiarazione di presenza allungata fino a 150 giorni, in modo da esentare gli studenti americani che si fermano più di tre mesi dalla richiesta di permesso di soggiorno, il cui procedimento nel 99,99% dei casi non si conclude prima del loro ritorno a casa e va a intasare inutilmente le questure».

L’operazione è già stata fatta dai governi spagnolo, austriaco, francese e della Repubblica Ceca che puntano ad attrarre gli studenti americani. In Italia la battaglia per la dichiarazione di presenza allungata va avanti da anni, senza passi avanti: «Eppure i nostri studenti sono una risorsa enorme per l’economia italiana e valgono quanto mezza legge Finanziaria – conclude Ricciardelli – e le nostre scuole sono in grado di garantirne la tracciabilità».

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