Magnum

Uno, cento, mille “Country Doctor”

Con le foto dei medici e infermieri impegnati nell’emergenza Covid-19 tornano d’attulità le foto che W. Eugene Smith fece al dottor Ceriani

di Laura Leonelli

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(Reuters)

Con le foto dei medici e infermieri impegnati nell’emergenza Covid-19 tornano d’attulità le foto che W. Eugene Smith fece al dottor Ceriani


3' di lettura

Ci sono i numeri e ci sono i volti che di quei numeri dicono tutto. Leggiamo i numeri dei contagiati, dei contagiati sommersi, dei morti, di coloro che sono guariti, e quello che abbiamo in mente, che vediamo anche senza vederla fisicamente, è l'immagine di uno medico, di un infermiere, di tantissimi medici, infermieri e infermiere, che da giorni, coraggiosamente, tenacemente, disperatamente, curano chi di noi ha varcato le porte dell'ospedale, ma anche chi di noi è rimasto a casa.

Mai come in questi giorni la fotografia è riuscita a stringere la nostra comunità, italiana e planetaria, intorno a una figura, a un volto di cui vediamo solo gli occhi. Potremmo dire persino a una maschera, non solo perché barriera al contagio, ma perché la maschera nasconde le sembianze e infonde natura magica e divina a chi la indossa.
Le immagini dei medici, degli infermieri e dei malati che non possono vedere altri occhi se non quelli di chi si prende cura di loro, sono ovunque, sono taumaturgiche e ci stanno guarendo. Dei medici e di tutto il personale medico seguiamo ogni momento, la dedizione nei reparti, i segni della fatica sul volto, piagati quasi, e vediamo anche la stanchezza, quel viso appoggiato alla scrivania e stremato dall'emergenza, quel corpo ripiegato su di sé e un collega accanto che lo consola, lo accarezza, e si torna in reparto. Si ricomincia.

Sono immagini queste, che nella loro quantità e diffusione crediamo nuove. Ma in realtà la fotografia, nella sua breve storia che riassume storie ben più antiche, ci ha preparato da tempo ad affidare le nostre paure al volto, al corpo, alle mani, agli occhi dei medici. E forse l'esempio più alto è il lungo reportage che W. Eugene Smith dedicò a Ernest Ceriani, unico medico della piccola comunità di Kremmling, duemila abitanti a ovest di Denver e ai piedi delle Montagne Rocciose. È il celebre “Country Doctor”, pubblicato sul numero di LIFE del 20 settembre 1948, e chi voglia vedere un'ampia selezione di queste fotografie può consultare il sito dell'agenzia Magnum.

Su incarico della famosa rivista americana, Smith aveva fotografato il Dottor Ceriani per quattro settimane - il doppio di quello che aveva previsto la redazione, ma questa era la norma per il grande fotografo – e lo aveva accompagnato in ogni momento della sua giornata, al lavoro mentre rispondeva alle emergenze, raggiungendo pazienti di ogni età, da una bambina ferita all'occhio dal calcio di un cavallo a un vecchio morente, e a casa insieme alla moglie e ai due figli. Anche allora Smith aveva colto la stanchezza, aveva sorpreso Ceriani addormentato su una barella, e si era spinto più in là, ritraendo lo sguardo vuoto, esausto di chi non era riuscito a salvare la vita di una donna e del suo bambino. Chiunque ami l'opera gigantesca di Smith conosce questa straordinaria immagine, il Dottor Ceriani appoggiato alla cucina dell'ambulatorio, il camice bianco, la maschera slacciata che ridona interezza e umanità al viso, una tazza di caffè in mano e una sigaretta. Nel suo stile di grande romanzo popolare, LIFE aveva permesso a ognuno dei suoi venti milioni di lettori di avvicinarsi agli estremi della vita e aveva aiutato a sopportarne il peso trasformando la figura del medico, la sua presenza, la sua dedizione, persino i suoi limiti nel primo passo verso la guarigione. Appariva quella “maschera” e iniziava a suturarsi lo strappo che dilania ognuno di noi quando si ammala. Oggi più che mai.

Forse non saranno firmate da W. Eugene Smith, forse sono scattate dal personale medico, forse sono immagini rubate al di là del vetro delle sale di rianimazione, non importa. Ogni volta che compare una di queste “maschere”, ogni volta che di quel viso incrociamo gli occhi, cominciamo a guarire, malati dentro e fuori dall'ospedale, e riprende il nostro respiro, più calmo, e ringraziamo.

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