made in italy

Uno Maglia, primo polo b2b dei terzisti del lusso

di Silvia Pieraccini

(Agf)

3' di lettura

Da una parte ci sono le aziende del fashion che puntano su marchio, distribuzione, comunicazione. Dall’altra ci sono quelle specializzate nella produzione, solitamente meno conosciute e meno raccontate, eppure strategiche per un settore che si fonda su una catena di fornitura lunga e complessa, formata da anelli a forte tasso di frammentazione sul territorio nazionale.

In questo secondo gruppo, che negli ultimi dieci anni ha sofferto di più e ha visto sparire tante realtà soprattutto artigianali, le operazioni di sviluppo, di aggregazione, di creazione di valore si contano sulle dita di una mano. È per questo che appare straordinario e fuori dal coro il progetto che prende le mosse da Uno Maglia, storica (esiste da 30 anni) azienda di abbigliamento di Montevarchi (Arezzo) specializzata in jersey, che oggi produce capi made in Italy per una decina di grandi marchi del lusso, da Louis Vuitton a Givenchy, da Gucci a Alexander McQueen, da Saint Laurent a Chloé fino a Valentino, Ferragamo, Fendi, coprendo l’intero ciclo produttivo, dallo sviluppo campionario al taglio alla cucitura in parte affidata a laboratori esterni situati in Toscana e Umbria.

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Dieci anni fa Uno Maglia - 26,5 milioni di fatturato 2017 (+32% sul 2016) con il 24% di ebitda e 80 addetti - è stata acquisita da Holding Industriale, fondo d’investimento guidato da Claudio Rovere e Luca Ferraris che si configura come club deal e che oggi la controlla attraverso Holding Moda, nata nel dicembre scorso con la missione di creare il primo polo industriale B2B della manifattura made in Italy: mettere insieme più aziende di produzione attive in segmenti diversi, dall’abbigliamento alle borse alle scarpe, per servire i grandi marchi.

Per dare gambe al progetto è arrivato Giulio Guasco, ex Harmont & Blaine, ora amministratore delegato sia di Holding Moda che di Uno Maglia, che ha dato il via alla campagna acquisti. «Uno Maglia sta crescendo nella fascia alta e altissima grazie alla diversificazione dei clienti – spiega Guasco nello stabilimento di Montevarchi, che confina con quello di Prada – tanto che il budget di quest’anno prevede di salire a 100 addetti e a 40 milioni di fatturato, il che significa raddoppio del business nel giro di due anni mantenendo gli stessi livelli di margini. Ora l’obiettivo è ripetere questo percorso con altre aziende produttive che siano eccellenze nel proprio segmento e che abbiano alcune caratteristiche: fornire marchi del lusso, puntare sul made in Italy, avere buoni fondamentali».

Il progetto di creazione di un polo B2B guarda alla maglieria, alla pelletteria, alle scarpe, all’abbigliamento, per fare sinergie di natura amministrativo-finanziaria, commerciale e di carattere operativo. L’idea è che Holding Moda possa occuparsi di progetti speciali come formazione, sostenibilità, tracciabilità, archivio digitale, per tutte le aziende del (futuro) gruppo. «Per questo cerchiamo aziende tra 10 e 20 milioni di fatturato, soprattutto in Toscana e in Veneto che hanno una lunga tradizione nelle produzioni moda - spiega Claudio Rovere, fondatore e presidente di Holding Industriale (che controlla anche l’agenzia di comunicazione internazionale La Fabbrica e il produttore di filtri abitacolo per auto e veicoli industriali Air Top Italia) - aziende che abbiano buoni fondamentali e alcune debolezze, come la difficoltà nel ricambio generazionale o la dipendenza da pochi clienti. Vogliamo fare un’acquisizione entro quest’anno, poi altre due nel 2019. Nel 2020 Holding Moda sarà un gruppo da 100 milioni di fatturato che potrà presentarsi ai brand con grande forza di contrattazione e potrà dunque negoziare le condizioni di produzione».

Questa è la ratio del progetto. Oggi i terzisti dei grandi marchi sono spesso piccoli, singoli, con scarsa forza contrattuale. Holding Moda vuole proporsi come interlocutore nuovo: «Noi vogliamo dire ai marchi: spiegateci di cosa avete bisogno, noi ve lo realizziamo».

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