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Uno scalpellino en attendant Cormac McCarthy

The Stonemason, scritto alla fine degli anni Ottanta e pubblicato nel '94, non è stato mai tradotto

di Alberto Fraccacreta

(AFP)

3' di lettura

Il 2020 sarà l'anno di The Passenger, l'attesissimo nuovo romanzo di Cormac McCarthy? È almeno un lustro che i fan dello scrittore lo aspettano (i primi cenni della sua genesi risalgono addirittura al 2009): del libro si conosce la trama — New Orleans, la storia di un fratello e una sorella — e alcuni stralci sono stati letti il 5 agosto del 2015 in un evento scientifico-letterario organizzato dal Santa Fe Institute, il centro di ricerca multidisciplinare di cui McCarthy è socio e fiduciario. Anche se, stando a un tweet del maggio 2018 di Josh Wolfe, fondatore di Lux Capital, egli rimane per ora un «author with severe writer's block».

Certo è che il fuoco divoratore per le opere di colui che Harold Bloom associò a Melville in virtù della cadenza immemoriale del suo stile, non accenna a spegnersi. Al Boulevard Theatre di Londra dal 16 gennaio al 29 febbraio (con circa due repliche al giorno, alle 14,30 e alle 19,30) va in scena Sunset Limited, l'opera teatrale più nota di McCarthy (tradotta in Italia da Martina Testa per Einaudi nel 2017), diretta da Terry Johnson e interpretata da Gary Beadle e Jasper Britton.

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La storia è semplice: il Nero e il Bianco — segnati soltanto dal colore della pelle, innominati altrimenti — sono seduti al tavolo con una Bibbia al centro, in un duello spirituale sul significato dell'esistenza, sulla presenza di Dio, sul problema del male. Duello che resta terso e inconcluso, nonostante l'amarezza finale del Nero credente di non aver convinto il Bianco nichilista.

Di questa riduzione il Times ha ammirato «il secco umorismo», mentre il Telegraph ha notato come «sgoccioli di tristezza e tenerezza». Eppure, Sunset Limited non è l'unico dramma concepito dall'autore di Blood Meridian. Ne esiste un altro che viaggia su tematiche simili, inedito nel nostro paese e considerato anche in America un fiasco, «a notable failure». Si tratta di The Stonemason, letteralmente “Lo scalpellino”, scritto alla fine degli anni Ottanta, pubblicato nel '94 ma messo in scena soltanto nel 2001, come recentemente attesta in uno studio attento Federico Bellini, ricercatore all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Il saggio di Bellini, riportato da Davide Brullo su Pangea, sottolinea i pregiudizi formali e contenutistici che gravano sul testo, sostanzialmente non compreso nemmeno dagli attori che lo interpretarono.

Anche in questo caso l'antefatto è facilmente riassumibile: tutto si svolge sotto la voce narrante di Ben Telfair, nero, tagliatore di pietre. Egli racconta la storia della sua famiglia, residente a Louisville nel Kentucky. Il nonno Papaw è l'emblema della fede e della rettitudine. Ma presto sul padre e sulla sorella di Ben si abbattono terribili sciagure che minano l'integrità familiare. Brullo, nel suo articolo che ricapitola per grandi linee le vicende editoriali e allegoriche di The Stonemason, traduce anche alcuni passi molto interessanti: «Papaw, il nonno di Ben, si materializza dalla nebbia, sul bordo delle lapidi. È nudo. Ed egli scaturì dalla tenebra, immediatamente, rivelato e rivolto a me, e riuscii a toccare il suo vecchio cranio nero [...] il cordame dei suoi muscoli sulle spalle raffinate dalla pietra, e i tendini, e le vene degli avambracci, e la piccola pancia e le sottili gambe da vecchio, le ossa lucide, ed era così bello. Era soltanto un uomo, un uomo nudo e solo nell'universo, e non aveva paura e io piangevo di gioia e di tristezza [...] e lui mi sorrideva, mi porgeva le mani. Mani da cui fioriscono tutte le benedizioni. Mani che non mi sono mai stancato di guardare. Sagomate sull'immagine di Dio. Per creare il mondo. [...] Poi, mentre cominciava a svanire, mi inginocchiai nell'erba, per la prima volta nella mia vita mi misi a pregare. Pregai come l'uomo pregava diecimila anni fa i propri parenti morti, e sapevo che mi avrebbe guidato lungo il profilo dei giorni, e non mi avrebbe abbandonato» (atto V, scena XI).

Le attese cormacmccarthiane del 2020 non si stemperano qui: dal 15 gennaio sono aperte le sottoscrizioni per l'ottavo Convegno Internazionale sullo scrittore di Providence, indetto dall'omonima Society e previsto per il 16-18 giugno al Trinity College di Dublino. La Call for Papers riguarda in particolare i legami con gli autori irlandesi (Yeats, Joyce e Beckett) e la letteratura cattolica. Insomma, un'altra importante occasione per affermare la McCarthy Fever.

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