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Uno scudo anti-Cina? Costerebbe 220 miliardi

di Micaela Cappellini

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(Reuters)


3' di lettura

Uno scudo per frenare l’avanzata delle aziende extra-europee nella Ue: è quanto chiedono Francia, Italia e Germania a Bruxelles. Ma quanto ci costerebbe alzare una barriera di questo genere per tutelare l’italianità - o la francesità, nel caso di Parigi - delle nostre imprese? Molto, moltissimo. In mancati investimenti: per esempio, se avessimo alzato lo scudo cinque anni fa, avremmo messo i bastoni fra le ruote all’arrivo di 220 miliardi euro. Soltanto nel 2016 le imprese dell’Europa occidentale hanno beneficiato di capitali provenienti da Paesi terzi per un ammontare di 79 miliardi. Mentre dall’inizio di quest’anno alla fine di giugno di miliardi ne sono arrivati 31.

Il calcolo arriva dai super-esperti della banca dati Bureau van Dijk, che hanno tenuto conto di tutte le acquisizioni di aziende europee, anche quelle piccolissime, sia di maggioranza che di minoranza, condotte per mano di società che fanno capo a otto tra i più importanti investitori internazionali emergenti: vale a dire Cina, Russia, Emirati arabi, Qatar, Arabia Saudita, Singapore, Malaysia e Indonesia. Dal conto sono stati volutamente tenuti fuori Stati Uniti e Giappone, perché non è certo a loro che pensava Emmanuel Macron quando un mese fa, da neoeletto presidente della Francia, chiedeva al Consiglio europeo di schermare gli investimenti provenienti «da Paesi terzi» in settori strategici come la robotica, la chimica e il manifatturiero.

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C’era soprattutto la Cina anche nella testa dei ministri dell’Industria di Francia, Germania e Italia quando, lo scorso febbraio, scrissero al commissario Ue per il Commercio, Cecilia Malmström, chiedendo di fermare le acquisizioni in Europa da parte di società che beneficiano di finanziamenti pubblici e che non rispettano le regole del mercato.

In effetti, di tutti questi otto Paesi il cui interesse per le aziende europee è in decisa crescita, la Cina è quello che pesa di più. Secondo i numeri di Bureau van Dijk, di quei 79 miliardi per l’M&A piovuti sull’Europa occidentale dai Paesi chiamiamoli “emergenti” nel corso del 2016, oltre 57 portano la firma delle società di Pechino. Soltanto nei primi sei mesi del 2017 la Cina ha fatto shopping per oltre 20 miliardi; seguono Singapore - ma a grande distanza - con quasi 6 miliardi, la Russia con 1,8 e gli Emirati con poco più di un miliardo.

Non tutti i membri della Ue sono pronti a sostenere le richieste di Macron: Svezia, Olanda, Danimarca e Finlandia, per esempio, si sono dette contrarie. Mentre la Germania e, per l’Italia, il ministro per lo Sviluppo economico Carlo Calenda plaudono all’alzata di scudi francese. Tutto sta nel guardare al bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto: le acquisizioni straniere sono una minaccia o un’opportunità? Per chi le vede come una chance di rilancio, mettere i bastoni tra le ruote ad alcuni investitori stranieri può rivelarsi controproducente.

I PAESI TARGET

Le principali acquisizioni aziendali da parte di cinesi, russi e arabi in Europa. Dati in miliardi di euro) (*dati Iº semestre)

I PAESI TARGET

Le imprese italiane, per esempio, negli ultimi cinque anni hanno beneficiato di 18,7 miliardi tra capitali cinesi, russi e arabi. Bureau van Dijk renderà noti oggi i dati sull’andamento del mercato M&A nel nostro Paese nella prima metà del 2017: in questi sei mesi gli investitori emergenti hanno speso nel nostro Paese oltre 3,2 miliardi di euro, tutti praticamente provenienti dalla Cina. Per l’Italia quello appena concluso non è stato un semestre brillante: con soli 30 miliardi di euro di acquisizioni complessive (di cui quasi la metà di fatto attribuibili al solo aumento di capitale di Unicredit), l’interesse per le imprese italiane si è tenuto lontano dai tassi di crescita messi a segno nel semestre precedente, quando il mercato nazionale dell’M&A aveva saputo incassare 48 miliardi di euro. Ma se l’appeal complessivo è calato, quello esercitato sulle società cinesi, russe e arabe al contrario è aumentato: fecero shopping per 2,3 miliardi nel secondo semestre del 2016, l’hanno fatto per 3,2 miliardi nei primi sei mesi del 2017.

Anche gli afflati protezionistici di Francia e Germania si spiegano coi numeri. Tra gennaio e giugno, per esempio, i capitali cinesi, russi e arabi hanno acquisito aziende tedesche per 4,2 miliardi di euro. Mentre nel 2016 le imprese francesi hanno beneficiato di 4,8 miliardi di euro dagli otto Paesi sotto la lente, di cui oltre 2,6 miliardi provenienti dalla sola Cina. La Russia, ultimamente, sembra aver prediletto la Germania, dove nel secondo semestre del 2016 ha fatto shopping per circa 1,5 miliardi di euro. Gli emirati arabi, invece, in questi ultimi sei mesi hanno preso la via della Spagna, dove hanno fatto acquisizioni per oltre un miliardo.

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