La lotta alle disuguaglianze

Uno Stato portatore di valori ma non alternativo al mercato per l’Italia del dopo pandemia

L'amplificarsi delle disparità rende più difficile l'accettazione delle riforme che richiedono sacrifici condivisi.

di Franco Gallo

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4' di lettura

La pandemia sembra aver messo per il momento un po’ tutti d’accordo sulla necessità di uno Stato erogatore di maggiori servizi sociali e prestazioni sanitarie e, insieme, finanziatore della ricerca, dell’innovazione e della formazione permanente. Il dubbio che viene però spontaneo al riguardo è che quest’obiettivo non possa essere pienamente realizzato se lo Stato non si spoglia anche della sua veste di leviatano burocratico e non ispira più decisamente la sua azione ai grandi valori di moralità collettiva e di rispetto della dignità umana che hanno la loro fonte nel dettato costituzionale.

Voglio dire che il richiamo all’impulso morale e alla tensione etica dovrebbe essere messo al primo posto nella lotta alle disuguaglianze e dovrebbe tornare a essere considerato un fattore irrinunciabile del progresso sociale e del vivere civile. Dovrebbe essere anche interpretato come una reazione al luogo comune nel quale spesso molti di noi indulgono, e cioè che, in fondo, in tema di scelte di politica economica e sociale tutti, nella sostanza, avanziamo nei confronti dello Stato le stesse richieste; abbiamo solo modi leggermente diversi per raggiungere gli obiettivi di sviluppo e di giustizia.

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Non avrei dubbi che questo modo di pensare potrebbe portarci fuori strada. Dimentichiamo, infatti, troppo spesso che i ricchi non vogliono le stesse cose che vogliono i poveri o quella parte del ceto medio che è entrata nell’area della cosiddetta povertà relativa. Chi dipende dal posto di lavoro per la propria sussistenza e paga le imposte in base a ritenuta, chi è stato danneggiato dalla crisi pandemica non vuole le stesse cose di chi vive di investimenti e dividendi e può permettersi di praticare sofisticate pianificazioni fiscali per sottrarsi, anche lecitamente, al pagamento del giusto tributo.

Specie in momenti drammatici come quelli che stiamo vivendo, le disuguaglianze potrebbero generare uno spaesamento dell’etica collettiva e un allentamento dei legami sociali. Potrebbero generare autoritarismo e deferenza e, soprattutto, sospetti: il sospetto che i più ricchi, i più raccomandati e i più furbi finiscano per ottenere vantaggi più grandi senza contribuire alla crescita (come nei recenti “incidenti” sulle priorità nella vaccinazione). Il che rende sempre più difficile ai governi far accettare riforme che comportino sacrifici condivisi da tutti.

Siamo cresciuti nel rispetto dei princìpi fondamentali di solidarietà, sussidiarietà e garanzia del bene comune, espressamente indicati dagli artt. 2, 3 e 118 della nostra Costituzione. Non possiamo, perciò, non sentire la necessità, da una parte, di attribuire minor valore a quelle teorie che puntano sull’autoreferenzialità del mercato e, dall’altra, di dare, invece, spazio più ampio all’intervento ridistributore e allocatore dello Stato, condotto secondo una forte direzione morale e bilanciando i diritti proprietari con i diritti di cittadinanza. E proprio la crisi che stiamo attraversando ci dice che questo passaggio è divenuto cruciale e deve costituire un dato culturale, più che ideologico. Come ci ricorda sempre più spesso Papa Francesco, se ci sono disuguaglianze endemiche che tendono sempre più ad aumentare, la loro riduzione deve essere al primo posto tra gli obiettivi etici che uno Stato regolatore deve perseguire nel rispetto dei diritti fondamentali dei suoi cittadini sanciti dalla Costituzione. Andrebbero, perciò, combattute con più convinzione le politiche che privilegiano i diritti del mercato a scapito di quelli sociali, rafforzano i vantaggi e le pretese di certi attori economici e politici e, nello stesso tempo, riducono quelli di altri.

Naturalmente, il recupero di valori morali non significa pensare a uno Stato monopologeno che allarga oltre misura l’area dell’intervento pubblico, lasciando spazi limitati alle libere iniziative del privato. A una necessaria, aumentata tensione etica deve, infatti, aggiungersi l’esplorazione di una zona intermedia che appartenga a un settore pubblico maggiormente integrato in una Unione europea sempre più vicina al modello federale; una zona che sia in grado tanto di combinare la capacità innovativa degli attori privati con quella regolativa degli attori pubblici, quanto di svolgere politiche redistributive, di riqualificazione del lavoro e di contrasto al dumping ambientale e sociale. In questo senso sembra muoversi il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Sarebbe una conquista se con la sua attuazione si riuscisse a evitare l’accentuarsi delle diverse forme di governance desovranizzata, espressioni di un capitalismo che, per sua natura, crea un sistema economico solo rispettoso della logica della propria valorizzazione in funzione del profitto e sottovaluta il ruolo dello Stato come creatore di valore pubblico e garante del pieno impiego e dello sviluppo sociale.

È, perciò, evidente che la scelta da fare in sede di ripartenza post-pandemia non può essere più tra interventismo e liberismo, tra Stato e mercato, bensì fra due tipi di Stato: uno, più invasivo e, per certi versi, produttivistico e meno presente nel sociale; l’altro, non alternativo al mercato, ma pur sempre sussidiario, regolatore, ridistributore, portatore di grandi valori di moralità collettiva e, perciò, promotore sia della cittadinanza attiva, sia dell’innovazione, sia della società dell’apprendimento. Solo quest’ultimo tipo di Stato ha la sua legittimità etica nel principio di uguaglianza e solo a esso si può affidare il compito di rimuovere, come dice l’art. 3 della nostra Costituzione, «gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana».

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