il mercato

Uno Stato troppo protagonista, come negli anni 70

di Alessandro Penati


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(AdobeStock)

3' di lettura

L’insicurezza è diffusa. Anche tra quella “classe media” che fino a pochi anni fa era simbolo di agiatezza e tranquillità.

La competizione della Cina, i movimenti di capitale, il potere delle multinazionali, l’immigrazione e la libertà di movimento che la globalizzazione ha comportato, vengono oggi viste come una grave minaccia a status e benessere.

Come minacciosa appare una tecnologia che sembra sostituire il computer al lavoro dell’uomo. E si incolpa il fallimento dell’economia liberale di mercato per salari stagnanti, bassa produttività, e profonda diseguaglianza nella distribuzione del reddito.

Su questo fanno leva sovranismi e populismi, che intercettano la crescente domanda di sicurezza riproponendo l’eterna utopia di uno Stato capace di risolvere tutto. Un’utopia resa più credibile dalla personificazione dello Stato nella figura di un leader politico vicino “al popolo”, che ne parla la lingua, lo rassicura e se ne fa garante. L’Italia non fa eccezione.

La ricetta populista prevede un maggiore ruolo dello Stato nella vita delle imprese attraverso regole, e vincoli; imponendo loro compiti sociali come la tutela di occupazione, privacy, o ambiente; intervenendo direttamente nel loro capitale; alzando barriere contro lo straniero e le multinazionali. E poi spesa sociale, pensioni e tasse per i “ricchi” come strumento per sostenere il reddito dei cittadini e ridurre le diseguaglianze.

Paradossalmente, per contrastare l’ascesa del populismo, le forze politiche tradizionali sventolano la stessa utopia dello Stato. In Gran Bretagna Jeremy Corbyn propugna un’ondata di nazionalizzazioni e la settimana corta per i dipendenti pubblici. In Spagna, Pedro Sánchez aumenta il salario minimo e le tasse sulle imprese.

Il nuovo governo danese aumenta le tasse su ricchi e imprese, la spesa sociale e facilita il pensionamento anticipato. In Francia, Macron fa retromarcia sulla privatizzazione degli aeroporti di Parigi, sulla tassa sulla benzina e sul licenziamento dei dipendenti pubblici, promettendo maggiore spesa sociale.

In Germania, nonostante la piena occupazione, dieci anni di crescita record e un sistema di welfare tra i più generosi lo Stato adotta una politica industriale per proteggere le aziende tedesche dallo straniero, anche intervenendo nel loro capitale; e formula proposte di esproprio di grandi proprietà immobiliari per calmierare gli affitti. Pure negli Usa il populismo di Trump ha spinto il partito democratico su posizioni di “sinistra” inusitate per quel Paese.

Si va quindi profilando un grande revival degli anni 70. Alle prese con le crisi petrolifere, l’inflazione e il crollo del regime dei cambi fissi si ricorse all’utopia statale. Allora non funzionò e ci vollero vent’anni per ritrovare il sentiero della crescita globale.

La crisi del 2008 ha mostrato l’assoluta necessità di un ruolo per lo Stato nel riportare crescita e benessere. Ma non può essere quello fallimentare degli anni 70, fondato su dirigismo e spesa assistenziale. Per dare sicurezza la spesa deve essere mirata: miglioramento di qualità e copertura dell’assistenza sanitaria; rete di protezione contro la povertà; tutele e sostegno alle famiglie per anziani e bambini.

Poi investimenti in educazione e formazione per ridurre diseguaglianze e promuovere la mobilità sociale. E investimenti in infrastrutture che facilitino la mobilità (di merci, idee, dati, persone e capitali) per favorire la produttività delle imprese. Che dovrebbero essere viste non come fonte di diseguaglianze da penalizzare, ma come il migliore strumento per produrre ricchezza.

Altrimenti temo che, come negli anni 70, anche questa volta lo Stato deus ex machina non funzionerà.

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